Boxe Siamese - La fonte originaria dell’Okinawa-te

Boxe Siamese – La fonte originaria dell’Okinawa-te [Ti’gwa]?

di Patrick McCarthy
traduzione di: Marco Forti
Questa traduzione è stata espressamente autorizzata dall’autore
(la riproduzione di questo testo è consentita solo con il consenso scritto dell’autore)

Senza documentazione ufficiale, testimonianze storiche attendibili o evidenze definitive che ne possano spiegare le precise origini e l’evoluzione, molta della storia dell’arte di combattimento a mani vuote di Okinawa è basata su riferimenti aneddotici indiscussi e considerati alla stregua di fatti.

Dopo aver messo in discussione molti aspetti di questa storia (nei miei libri: Bubishi, Koryu Uchinadi Vol 1 e 2, My Art of Karate, Tanpenshu, ecc…), la presentazione che state leggendo rappresenta una combinazione di intuizioni personali ed esperienze empiriche che spero possano sfidare credenze accettate.

Con l’eccezione delle evidenze storiche relative a traffici commerciali intercorsi con il Sud-Est Asiatico, di poche testimonianze informali da parte di visitatori stranieri durante l’ultimo periodo dell’Antico Regno delle Ryukyu e di una breve menzione nel libro di George Kerr [Okinawa, An Island People: “la boxe (karate) in cui si usano sia le mani che i piedi proviene dall’Indocina[1] o dal Siam” pagina 217], non ci sono molte ricerche scritte disponibili sulla relazione tra il Te [手] (conosciuto anche con i termini di Ti/Di, Ti’gwa[2]/手小 e/o Okinawa-te/沖縄手) e la boxe siamese.

Sono incline a condividere l’osservazione di Kerr e credo che Ti’gwa (手小) – inteso come la parte percussiva del Karate di Okinawa – derivi dalla scuola antica di boxe siamese [conosciuta anche come Muay Boran] e non dal kung fu (cioè dal quanfa/拳法), l’arte di combattimento che ho identificato in precedenza come fonte originaria cinese da cui derivano i kata/型.

Da passione a vocazione

Tra la fine degli anni settanta ed i primi anni ottanta del secolo scorso ho dedicato molto tempo e sforzi leggendo tutto quello che potevo trovare sulla storia delle arti di combattimento di Okinawa. Ero affascinato nello scoprire che molte caratteristiche delle cosiddette arti di combattimento native derivava in realtà da culture vicine (ad esempio Cina, Giappone e Sud-Est asiatico). Comprensibilmente la passione nel voler comprendere meglio la storia di questi Paesi mi portò ad analizzare le arti di combattimento di quelle culture.

Nel corso di questa ricerca divenne evidente che c’erano dei “vuoti” nella storia delle arti di combattimento di Okinawa … informazioni che forse si erano perse nelle sabbie del tempo, ammesso che fossero state in qualche modo raccolte! Il novantaduenne Kinjo Hiroshi, noto storico, autore di best sellers e maestro del Karate di Okinawa mi spiegò che “a dispetto dell’importanza che poniamo oggi nello studio delle origini, della storia e dei lignaggi di quest’Arte, nel periodo dell’antico Regno delle Ryukyu questo interesse non era altrettanto sentito”. Infatti, secondo Kinjo e malgrado i riferimenti aneddotici al “legame con la Cina (Fujian)”, non è mai stata fornita una spiegazione definitiva in merito alla storia delle arti di combattimento a mani nude di Okinawa!
Agli albori del ventesimo secolo le autorità locali di Okinawa decisero di far uscire allo scoperto le loro arti segrete di combattimento a mani nude e di diffondere al pubblico dominio versioni modificate dei kata intese come forme finalizzate alla ricerca del benessere fisico, apparentemente a beneficio dei bambini in età scolare.

Dovendo riempire i vuoti storici e senza avere a disposizione fonti ufficiali da cui trarre informazioni, gli appassionati locali si rifecero liberamente ai riferimenti aneddotici per affermare che: “Il Karate fa risalire le sue origini storiche alla Cina!”

Da vocazione a professione

Da giovane mi appassionai così tanto alle arti da combattimento che tutto quello che potevo fare era sognare di dedicare la mia vita alla loro pratica e potere, un giorno, viaggiare nei luoghi in cui avevano avuto origine per viverci e studiare. Iniziai a vivere il mio sogno nel 1974 quando iniziai la carriera di istruttore professionista.

Poi, a metà degli anni ottanta, realizzai completamente la seconda parte del mio sogno trasferendomi nel “Paese del Sol Levante”. Quale posto migliore per camminare sulle orme dei pionieri che avevano sviluppato questa arte marziale?

Differenze culturali

Avendo grandi opportunità di incontrare e praticare con tante autorità locali di Okinawa, sfruttai ogni occasione e ottenni importanti intuizioni sull’arte a cui mi ero così tanto appassionato.

Cosa ancor più interessante, comunque, fu constatare il calore inusuale e l’attitudine amichevole che incontrai ovunque, ad Okinawa e in tutto il Giappone. Incontriamo tutti “belle persone” nel corso dei nostri viaggi ma entrare in contatto con un’intera cultura fatta da persone così amichevoli fu, senza alcun dubbio, un’esperienza che mise profondamente in discussione il mio modo di pensare e vedere la vita. Infatti questo tratto culturale unico mi aiutò davvero a rimuovere ogni insicurezza e mi permise di godere la vita in un modo che non avevo mai sperimentato in occidente. Sebbene mi ci volle tempo per comprendere appieno quel fenomeno di incredibile amichevolezza, infine arrivai a capire che questo tratto sociale rappresentava quello che i giapponesi chiamano “Tatemae”.

*Tatemae/建前 letteralmente “facciata” rappresenta il comportamento e le opinioni che si esprimono in pubblico. Tatemae è ciò che la società giapponese si aspetta e ciò che è richiesto a ogni individuo a seconda della sua posizione nella società e a seconda delle circostanze.

*Honne/本音 contrasta il Tatemae e rappresenta il “vero sentire” della persona ed i suoi desideri. Questi possono essere in contrasto a quanto la società si aspetta o a quello che è richiesto dalla posizione dell’individuo nella società o dalle circostanze; Honne viene spesso celato agli altri, con l’eccezione degli amici più fidati.

Oriente contro Occidente

Chiedere spiegazioni su qualsiasi cosa non comprendiamo è pratica comune in Occidente. Infatti il pensiero critico rappresenta uno strumento di risoluzione dei problemi ampiamente accettato nel mondo degli affari, in ambito educativo, nello sport e nella vita in generale. Un tale approccio di larghe vedute non è però pratica altrettanto gradita nella cultura giapponese. Questo atteggiamento mentale è ancor più evidente all’interno delle istituzioni tradizionali del Giappone: l’educazione, il Governo, le banche, i militari, le forze dell’ordine, lo sport e altre attività culturali (come il Budo)!

Sapendo quello che ora so della cultura giapponese, discriminatoria, conformista e dominata dal maschilismo, capisco meglio come e perché questo comportamento è così ampiamente diffuso. Devo ammettere che inizialmente fui sorpreso dall’inflessibilità prevalente, dall’ingenuità culturale e dalla mancanza di genuina curiosità. Alla fine comunque queste peculiarità mi aiutarono a capire perché quelli che erano solo riferimenti aneddotici fossero rimasti incontrastati e, nella maggior parte di casi, del tutto intatti.

Il mito, una miniera di incomprensioni, l’assenza di pensiero critico ed il protezionismo politico hanno contribuito a rendere ancor più oscura la storia eclettica delle arti di combattimento di Okinawa.

La somma totale delle sue parti

Esaminando più da vicino l’arte del Karate iniziai ad indentificare molti metodi diversi all’interno di una stessa tradizione. Questo mi ha portato a credere che il Karate rappresenti l’eredità di diverse arti di combattimento. Il più ovvio è l’aspetto percussivo, il suo strumento principale; ad ogni modo, attraverso lo studio meticoloso dei kata, è evidente che le sue applicazioni pratiche si estendono molto oltre il solo impatto percussivo e raggiungono gli ambiti del corpo a corpo, della lotta e del controllo articolare.

Incrociando queste pratiche individuali con arti di combattimento simili, seppur più antiche, originarie di culture limitrofe, riuscii a fare qualche deduzione interessante. Nonostante l’ambiguità che ammanta la confusa fusione di queste arti di combattimento nell’arte conosciuta col nome “Karatedo” [空手道, termine stabilito nel 1933], ho identificato non meno di quattro discipline separate. Ritengo che queste arti di combattimento a mani nude rappresentino la vera fonte da cui si è originato il Karate:

Tegumi (手組) era originariamente una forma di lotta risalente ai tempi di Tametomo (Giappone, 11° secolo). Si ritiene che la disciplina derivi dalla lotta cinese (Jiao Li/角力 dalla quale si sviluppò lo Shuai Jiao/摔角così denominato dal 1928) e si sia evoluta in una forma di lotta specifica prima di diventare uno sport regolamentato chiamato Sumo delle Ryukyu o di Okinawa.

Torite (Chin Na/Qinna/擒拿in Cinese Mandarino) è il metodo di derivazione Shaolin per immobilizzare e controllare un avversario. Un tempo vigorosamente utilizzato dagli ufficiali delle forze dell’ordine, dagli agenti di sicurezza e dagli agenti carcerari durante il periodo dell’antico Regno delle Ryukyu, se ne ritrova la ricostruzione “a solo” nei Kata.

Kata (Hsing/Xing 型/形in Cinese Mandarino), nonostante fossero vigorosamente praticate ad Okinawa durante il periodo dell’antico Regno delle Ryukyu (vedi la mia teoria di Kumemura) sono le sequenze di combattimento a solo che fanno risalire la loro origine al quanfa [拳法] cinese (Fujian); ad esempio la boxe della Gru Yongchun, il Pugno del Monaco, gli stili della Mantide Religiosa del Sud, ecc… Utilizzati come forma di movimento umano, e metodo unico di allenamento personale, vennero popolarizzati dai Cinesi come metodi per promuovere la forma fisica, il condizionamento mentale e il benessere olistico.

Ti’gwa (手小) era la forma plebea di impatto percussivo – conosciuta anche come “Te,” “Ti,” “Di” (手 – con il significato di mano/mani) o Okinawa-te/Uchinadi – in uso ad Okinawa. Arte in cui si faceva uso prevalente della mano chiusa a pugno per colpire l’avversario (in contrasto con l’uso della mano aperta, metodo preferito dalle arti cinesi, secondo quanto riportato sia da Kyan Chotoku che da Miyagi Chojun) per quanto anche la testa, i piedi, le tibie, i gomiti e le ginocchia fossero armi anatomiche ampiamente utilizzate.

Nonostante la primaria attenzione focalizzata sul colpire, sul condizionamento fisico e l’arte del combattimento, il Ti’gwa poneva considerevole enfasi anche sullo sviluppo del carattere, come esemplificato dal consiglio lasciato da uno statista delle Ryukyu vissuto nel 17° secolo, Tei Junsoku (程順則): “Non importa quanto tu possa eccellere nell’arte del Te, e nei tuoi compiti scolastici, niente è più importante del tuo comportamento e della tua umanità nella vita quotidiana.”

Indocina

Soddisfatto dall’aver localizzato senza grosse difficoltà le fonti originarie dalle quali provenivano Tegumi, Torite e Kata, i miei sforzi nel tracciare le origini del Ti’gwa si dimostrarono ben più sfidanti. Dopo aver esaurito le mie fonti di ricerca cinesi, coreane e giapponesi e considerando la possibilità che tale arte plebea potesse aver avuto un’origine ed uno sviluppo indigeni, mi ricordai del commento di Kerr e fui piacevolmente sorpreso dall’apprendere dai riferimenti storici che per più di mille anni sia la Cina che l’India avevano influenzato lo sviluppo di arti di combattimento nel Sud-Est asiatico. In seguito ampliai quindi l’ambito geografico dei miei studi. Nonostante le numerose tradizioni di combattimento che trovai in Indonesia, Malesia e Filippine, nessuna sembrava avere le caratteristiche del Ti’gwa. L’unica altra cultura nella quale riuscii a collocare una tradizione di simili qualità, entro una distanza geografica ragionevole per il periodo storico esaminato, fu il Siam e la sua antica arte di boxe, la Muay Boran.

Se ha le piume, starnazza e vola … allora è un’anatra!

Appresi che il Muay Boran (letteralmente pugilato antico) – che utilizzava gli stessi strumenti del Ti’gwa (cioè pugni chiusi, testa, gomiti, ginocchia, tibie e piedi) – era molto popolare in Tailandia, specialmente nel periodo del Regno del Siam. A sottolineare la plausibilità di questa teoria, scoprii anche che le navi delle Ryukyu avevano vigorosamente solcato le acque che separavano le due culture per dar vita ad un fiorente commercio, per più di duecento anni durante il periodo dell’antico Regno delle Ryukyu! Per quanto queste considerazioni apparissero abbastanza promettenti al tempo, avevo ancora dei problemi a trovare l’effettivo legame tra la Muay Boran ed il Ti’gwa.

Ad una prima occhiata le differenze apparivano ovvie; dopotutto tutti sanno che il Regno del Siam divenne Regno di Tailandia e la Muay Boran si trasformò in Muay Thai (boxe tailandese).

La Muay Thai nella sua forma moderna non assomiglia al moderno Karate sportivo … e viceversa! Per quanto provassi a farlo, avevo ancora difficoltà a conciliare la semplicità del kumite e l’eleganza dinamica dei kata con il moderno sport della Muay Thai! Forse mi stavo focalizzando troppo su combattenti Thai vestiti con pantaloncini di seta, con indosso guantoni e un generoso strato di unguento precombattimento ad affrontarsi un ring in cui è consentito anche l’uso di gomiti e ginocchia!

Pugilato occidentale

Prima di formulare una deduzione, soffermiamoci per riservare un’occhiata al legame tra il pugilato occidentale a mani nude di vecchia scuola e la sua moderna controparte, la boxe. Con un’evoluzione storica non dissimile, in linea di principio, rispetto alla transizione da Muay Boran a Muay Thai, è facile capire come tale analogia possa divenire funzionale alla miglior comprensione di questa presentazione.

Attraverso il 18° ed il 19° secolo il pugilato a mani nude guadagnò popolarità prima in Inghilterra poi in Europa e negli Stati Uniti. C’erano poche regole, comunque, ed i pugili erano liberi di usare “trucchi sporchi” come colpire gli occhi, afferrare i capelli mentre colpivano ila testa, colpire sotto la cintura, ecc… In più non esistevano categorie di peso, ring standard, limiti di tempo, annunciatori o regolamenti come li conosciamo oggi. Gli incontri spesso si trasformavano in lotta corpo a corpo e non mancavano testate e proiezioni con i contendenti che si fronteggiavano scambiandosi colpo su colpo. Non diversamente dalla Muay Boran, i pugili si avvantaggiavano utilizzando spazzate, gomitate, ginocchiate e soffocamenti. Non mancava neppure qualche morso o sputo o il colpire o calciare un avversario caduto a terra.

Le regole cambiano il gioco

Le cose iniziarono a cambiare nel 1743, quando dopo aver ucciso un uomo in un incontro, il pugile inglese Broughton sviluppò una serie di semplici regole. Le Regole di Broughton consentivano ancora molti “trucchi sporchi” che erano considerati parte dello sport ma stabilivano come nessun contendente potesse colpire un avversario a terra né si potesse bloccare afferrando le cosce o il fondo schiena o qualsiasi altra parte sotto la cintura.

E ancora che un avversario in ginocchio dovesse essere trattato come un avversario a terra. Combattenti rinomati in questo periodo includevano personalità come John “Gentleman” Jackson e Daniel Mendoza; quest’ultimo era conosciuto come un uomo piccolo in un periodo in cui non c’erano categorie di peso. Mendoza era noto per il suo lavoro di gambe molto evoluto e per i movimenti del busto per evitare i “colpi di scambio”; caratteristiche che in seguito valsero a Jim “Gentleman” Corbett il riconoscimento di aver rivoluzionato tale sport.

Con lo sviluppo delle regole (in particolare con le “Regole della Marchesa di Queensbury” stabilite attorno al 1860, dopo le “Regole di Londra”) l’antica arte del pugilato venne trasformata. L’uso dei guanti rendeva impossibile afferrare i capelli dell’avversario mentre lo si colpiva! Riduceva inoltre la possibilità di premere con le dita o infilarle negli occhi.

Prima dell’introduzione dei round a tempo non era fuori dal comune che un round terminasse solo quando uno dei due contendenti cadeva a terra.

Per questo motivo c’erano incontri che duravano fino ad oltre 80 round, ciascuno di durata diversa. Ancora, poiché nell’antica arte del pugilato erano state ampiamente usate alcune proiezioni, le nuove regole proibirono le prese e le proiezioni così come i colpi con gomiti e ginocchia, i morsi, gli sputi, l’accecamento con le dita e i colpi all’avversario a terra.

Rimuovendo questi elementi dall’antica arte e rendendo obbligatorio l’uso dei guantoni, il nuovo sistema di regole cambiò considerevolmente la pratica della boxe.

Queste regole, che promuovevano un arbitraggio equo ed imparziale e promettevano ai contendenti una percentuale degli incassi, vennero riconosciute come l’evento principale che promosse la trasformazione del vecchio pugilato a mani nude nella forma di sport e intrattenimento che conosciamo oggi.

Muay Boran [pugilato antico]

Nessuno sa esattamente quando iniziò lo sviluppo della Muay Boran [letteralmente pugilato antico, conosciuta anche come boxe Siamese]. È comunque convinzione diffusa che una fusione disordinata di varie arti di combattimento di origine cinese ed indiana si fosse sviluppata nei templi buddisti attraverso il Sud-Est asiatico continentale nel corso di duemila anni. Nella metà del tredicesimo secolo la Muay Boran era considerata un’alta forma d’arte ed infine un’attività celebrata alla corte reale siamese.

Attraverso lo studio della storia della cultura siamese, sappiamo che le dispute di importanza nazionale venivano spesso risolte da duelli armati o disarmati. Così accadde anche nel 1411, a seguito della morte del Re Sen Muang Ma, di Chiangmai, quando i suoi due figli, il Principe Yi Kumkan ed il principe Fang Ken, combatterono per il trono. Dopo lunghi ed infruttuosi conflitti personali entrambi concordarono che la soluzione dovesse arrivare attraverso un combattimento tra i loro migliori combattenti di Muay Boran.

Alcuni sono convinti che la Muay Boran divenne un’ambita forma di combattimento disarmato, probabilmente usata anche dai soldati siamesi quando la loro arma era persa o distrutta in battaglia. La reputazione di questa forma di combattimento crebbe a tal punto che il Re iniziò ad inviare i propri figli a studiare questa arte in reclusione presso i monaci dei templi; si riteneva che il coraggio, la forma fisica e la saggezza ottenute attraverso questo allenamento contribuissero alla formazione si sovrani saggi e coraggiosi. All’alba del diciassettesimo secolo la passione del Re Narai per questa arte fece sì che la stessa venisse denominata lo “Sport dei Re”.

Quando l’antica capitale siamese Ayutthaya cadde sotto l’assedio dei Birmani nel 1767, l’esercito invasore catturò più di duemila prigionieri – tra i quali si contavano anche alcuni combattenti di Muay Boran – e li deportò in Birmania, dove rimasero per anni. A Rangoon, il 17 marzo 1774 i Birmani ospitarono un festival religioso della durata di una settimana, in onore di Buddha.

Nel corso dei festeggiamenti il Re Hsinbyushin (conosciuto anche come “Re Mangra” dai Siamesi) chiese ai combattenti birmani Lethwei (pugili) di combattere contro i prigionieri siamesi, combattenti di Muay Boran. Un combattente siamese chiamato Nai Khanomtom venne scelto per combattere contro il campione birmano di fronte al trono del Re.

Eseguendo la danza precombattimento tradizionale Wai Kru per dimostrare rispetto verso i suoi insegnanti, i suoi antenati e gli spettatori, Nai Khanomtom suscitò perplessità negli spettatori birmani poiché pensavano che egli stesse eseguendo un rituale di magia nera. Quando Nai Khanomtom sconfisse il suo avversario, gli arbitri birmani dichiararono il combattimento non valido perché il loro campione era stato distratto dalla “magia nera”. Questo fece sì che Nai Khanomtom dovesse sconfiggere altri nove campioni birmani per dare prova del suo valore, e questo senza pause tra gli incontri.

Il Re birmano fu così impressionato dal coraggio e dalla competenza di Khanomtom che gli restituì la libertà e gli concesse di tornare in Siam, dove divenne un eroe. Nai Khanomtom venne in seguito salutato come il “Padre della Muay Boran” a da quel tempo il 17 marzo venne dichiarato “giorno della Muay Boran” in tutto il Siam (divenuto Tailandia nel 1939).

Le regole della Muay Boran

Quando l’antica arte di combattimento a mani nude divenne popolare come sport tra la popolazione siamese, il numero di competizioni aumentò considerevolmente. Per proteggere le mani e infliggere il maggior danno al viso dell’avversario, i contendenti fasciavano mani ed avambracci con cuoio di cavallo. In seguito il cuoio di cavallo venne rimpiazzato da corda di canapa, che spesso veniva intinta nella colla prima di essere arrotolata sugli avambracci per creare maggiore protezione. Nel caso di incontri importanti e con il consenso di entrambi i contendenti, venivano mescolati alla colla pezzi di vetro arrotondato, cosa che trasformava l’incontro in uno scontro insanguinato!

In origine non esistevano divisioni di peso, ring, limiti di tempo, annunciatori o regolamenti ufficiali e gli scontri spesso si trasformavano in lotta corpo a corpo con testate e proiezioni … e i combattenti si fronteggiavano scambiandosi colpo su colpo.

L’unica protezione utilizzata era una sorta di sospensorio opzionale fatto con corteggia d’albero e/o con conchiglie locali. Fu solo verso la metà del 19° secolo che questa forma di combattimento iniziò gradualmente a cambiare. All’inizio del ventesimo secolo vennero introdotti i limiti di tempo, l’uso dei guantoni da boxe, un abbigliamento standardizzato ed un set di regole uniformi sia per i dilettanti che per i professionisti.

Coloro che hanno studiato la storia della Muay Thai ben sanno che forze non dissimili da quelle che hanno influenzato lo sviluppo del pugilato occidentale hanno giocato un ruolo altrettanto importante nella transizione dall’antica scuola della Muay Boran a mani nude al moderno sport della Muay Thai.

Domande senza risposta

Avendo trovato spiegazioni plausibili su tre delle quattro fonti originarie da cui trae origine il Karate [cioè Tegumi, Tori-te e Kata], ciò che ancora rimaneva senza risposta era se il Ti’gwa fosse o meno l’interpretazione locale di Okinawa della Muay Boran prima della sua trasformazione moderna. Come il Tegumi, il Tori-te ed i Kata, forse anche il Ti’gwa poteva essere il risultato di un’altra importazione straniera?

È possibile che questa forma plebea di combattimento a mani nude fosse arrivata ad Okinawa nel corso di un periodo durato due secoli in cui furono fiorenti gli scambi commerciali tra l’arcipelago e l’antico Regno del Siam? Non solo credo sia successo proprio questo ma sono anche convinto che la combinazione di tempo, forze culturali e vari fattori abbiano contribuito alla sua trasformazione. Prima di arrivare ad una conclusione diamo un’occhiata a questi aspetti.

Forze culturali

Ci sono pochi dubbi sul fatto che la tradizione moderna del karatedo (空手道) sia giunta a a noi direttamente dal suo antenato okinawense, il Karate-jutsu (唐手術). L’introduzione e la conseguente popolarizzazione dell’arte okinawense in Giappone è altresì documentata e non richiede altre approfondimenti. Lo stesso può dirsi per quegli insegnanti di Okinawa (tra cui ricordiamo Motobu Choki, Funakoshi Gichin, Miyagi Chojun, Mabuni Kenwa, ecc…) considerati i pionieri della sua introduzione in Giappone insieme alla prima generazione di allievi giapponesi (Ohtsuka Hironori, Konishi Yasuhiro, Yamaguchi Gogen, Sakagami Ryusho, ecc…).

Nomi noti, entrati permanentemente negli annali della storia di quest’arte, che hanno reso possibile studiare più da vicino e meglio comprenderne la sua transizione moderna. Ci sono però alcuni punti che potrebbero non essere altrettanto ben conosciuti ma che possono portare luce su questi aspetti:

1. Il nome “Karatedo” (空手道/via della mano vuota) è un termine moderno mai usato prima del 1933. Fino a quella data il Karate ad Okinawa veniva chiamato Ti’gwa (手小/mano), o solo Ti/Di (手). Il termine Toudi (唐手 che si pronuncia anche Karate ma con il significato di mano cinese) o Toudi-jutsu (唐手術/arte della mano cinese) era altrettanto comune ma usato largamente per differenziare la forma plebea di pugilato a mani nude Ti’gwa dal quanfa cinese (拳法/kenpo in giapponese) … la fonte originaria da cui derivano i kata.

2. Molti ritengono inoltre che il Karate inizialmente introdotto in Giappone non rappresenti l’intera arte di combattimento a mani nude ma piuttosto una parte (Kata) di un sistema più ampio da cui mancano la pratica dei Tegumi (lotta), del Tori-te (afferrare e controllare un avversario) e del Ti’gwa (tecnica ad impatto percussivo). C’è naturalmente una spiegazione plausibile per questo.

A supporto della Politica Nazionale Giapponese (Kokutai no hongi/國體の本義), e della Legge per la Coscrizione (servizio militare obbligatorio) del 1898 che riguardavano anche la Prefettura di Okinawa, Itosu Ankō (1832-1915), insigne burocrate e autorità dell’arte locale di combattimento, si fece promotore di un movimento che utilizzò il Karate-jutsu per ottenere ad Okinawa lo stesso risultato che raggiunsero in Giappone il Kendo ed il Judo.

A beneficio di coloro che ancora non ne fossero a conoscenza, si deve sottolineare come sia il Judo che il Kendo giocarono un ruolo vitale nel supportare gli scopi militari del Giappone. Divenendo attività obbligatorie nei programmi scolastici giapponesi di educazione fisica, queste arti contribuirono a forgiare corpi forti ed un indomito spirito combattivo.

La propaganda militare dell’epoca Meiji (1868-1911) magnificava spesso la pratica del Budo come “la via attraverso la quale uomini comuni acquisivano un coraggio straordinario”.

Fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale l’inserimento nei programmi scolastici giapponesi delle arti del combattimento servirono egregiamente allo scopo di formare coscritti abili per la macchina bellica nipponica.

Modificando la pratica dei Kata, Itosu Ankō creò una versione semplificata dell’arte di Okinawa da usare esclusivamente come forma di esercizio fisico nei cortili scolastici. In questo modo i kata semplificati potevano facilmente essere utilizzati come veicolo per promuovere sia la forma fisica che la conformità sociale. Nel far questo, egli non solo riuscì nell’intento di supportare il programma bellico nazionale ma ebbe altresì successo nel diffondere la cultura del piccolo arcipelago. Comprensibilmente molte delle caratteristiche dell’antica arte praticata in segreto vennero perse quando Itosu Ankō ne diffuse pubblicamente una versione semplificata attraverso la pratica dei kata. Fu in questo periodo che molte delle pratiche originarie dei Tegumi, Tori-te e Ti’gwa si persero e l’arte subì una trasformazione definitiva.

Meno è meglio

Se “meno è meglio” allora ci sono pochi dubbi sull’iniziativa di Itosu Ankō di rivoluzionare la pratica del Karate.

Detto questo, comunque, oggi molti si chiedono: “A quale costo per l’Arte originaria?

Che ci siano state molte perdite è fuor di dubbio ma è importante notare come alla fine del diciannovesimo secolo ed all’inizio del ventesimo secolo ci fosse una crescente indifferenza verso le arti del combattimento disarmato e, cosa direttamente connessa all’espansione del colonialismo occidentale, questo sentimento diffuso non era limitato alla sola Okinawa.

La comparsa e la rapida diffusione nell’uso delle armi da fuoco durante la Guerra dell’Oppio, la Ribellione dei Boxer e la distruzione del Monastero di Shaolin ad opera di Chiang Kai-Shek, portarono non solo alla morte di moltissimi esperti delle arti del combattimento cinese (combattenti, forze di sicurezza, soldati, ecc…) ma anche alla fine del mito secondo cui la maestria nelle arti marziali rendeva invincibili!

Nonostante questo, è indubbio che una qualità redimibile che tutte le arti di combattimento a mani nude avevano in comune era la capacità di promuovere la forma fisica.

Considerate pietre angolari per il mantenimento della salute e del benessere, le arti marziali furono considerate strumenti vitali per il rafforzamento del carattere e la formazione dell’identità nazionale.

Inoltre la capacità che queste arti possiedono nel promuovere sia la forma fisica che un indomito spirito combattivo è considerata da qualsiasi forza militare una qualità essenziale per promuovere una maggiore efficacia.

Nel sistema scolastico occidentale oltre alla lotta e alla scherma venne introdotto anche il pugilato. Per tale motivo, una scuola di pensiero ritiene che il Giappone abbia meramente seguito l’iniziativa pedagogica sviluppata in Occidente attraverso la trasformazione delle antiche scuole di lotta e di scherma rispettivamente nel Judo e nel Kendo per raggiungere i risultati prefissi. Intuendo i valori insiti nel pugilato, Itosu Ankō prese l’iniziativa di raccomandare l’introduzione del Karate nei programmi di educazione fisica delle scuole pubbliche ad Okinawa.

3. I lettori potrebbero stupirsi scoprendo che il Karate introdotto in Giappone nel corso degli anni venti del secolo scorso era ben poco diverso dalla pratica altamente ripetitiva, dominata dalla mera pratica dei Kata che Itosu Ankō rese popolare nel sistema scolastico di Okinawa.

Nella pratica inoltre non erano previste forme di combattimento né applicazioni attraverso le quali gli allievi potessero testare l’efficacia della loro tecnica o misurare il loro spirito combattivo!

L’assenza di un tale meccanismo catalitico assume probabilmente un significato ancor più importante se si considera l’importanza che la pratica del combattimento aveva sia nel Kendo che nel Judo tradizionali. Nonostante sia un fatto noto che sia il Kendo che il Judo si apprendono attraverso la ripetizione di forme ritualizzate, è altrettanto noto che è attraverso la sfida del combattimento libero (jigeiko/地稽古 nel Kendo e randori/乱取り nel Judo) che vengono testate le capacità combattive, viene misurato lo spirito indomito e si assicura il progresso nell’arte. Infatti la ragione per cui la prima generazione di allievi giapponesi di Karate iniziò a sperimentare tecniche di combattimento nei club universitari di Tokyo derivava proprio dall’esigenza sentita di andare oltre la pratica ripetitiva e noiosa dei Kata per trovare rimedio all’assenza di tecniche pratiche di combattimento. I lettori possono essere altrettanto sorpresi nell’apprendere che da quando arrivò a Tokyo nel 1922, Funakoshi Gichin insegnò solo kata: «il Kata è il Karate, il Karate è il Kata».

4. Un altro aspetto ampiamente frainteso riguarda il modo in cui venivano insegnati i kata in quel periodo, sia nelle scuole pubbliche di Okinawa che nei dojo universitari in Giappone. L’idea che gli studenti dovessero imparare gli esercizi fondamentali (kihon waza/基本技) prima di intraprendere lo studio dei kata è oggi accettata come standard. Non era lo stesso a quei tempi! L’idea di suddividere il kata in piccole parti (pugni, calci, parate, percosse, posizioni) per sviluppare pratiche individuali a supporto dello studio dei kata è stato un altro sottoprodotto della prima generazione di allievi giapponesi impegnati nella ricerca di una pratica idonea ad aumentare gli standard di apprendimento. Fino al tempo in cui vennero sviluppati i kihon-waza negli anni venti del secolo scorso, in Giappone i kata venivano appresi esclusivamente attraverso la ripetizione meccanica.

Nel periodo “embrionale” in Giappone, l’unica eccezione a questa regola era rappresentata dal Ti’gwa di Motobu Choki. Il suo approccio all’insegnamento dell’arte di Okinawa era contrario alla ripetizione meccanica dei kata in uso nel sistema scolastico e molto più legato ai metodi antichi. Era un avversario dichiarato di quello che definiva il karate decorativo senza sostanza reale; una moda che assimilava allo Shamisen [三味線]: uno strumento musicale di Okinawa simile ad una chitarra a tre corde, bello esternamente ma vuoto al suo interno!

Egli criticava frequentemente i metodi di allenamento che riteneva incongrui, usati dal suo conterraneo Funakoshi, e rideva apertamente della propaganda secondo la quale gli allievi avrebbero compreso il vero significato del kata semplicemente praticandolo per lungo tempo!

Nel bel mezzo della cultura fermamente conformista del Giappone ci si aspettava che Motobu Choki sacrificasse i suoi punti di vista personali per il bene della tranquillità comune.

Un proverbio giapponese afferma: «deru kui wa utareru [出る杭は打たれる]» che significa letteralmente «il chiodo che sporge va ribattuto». Secondo lo standard culturale giapponese ciò significa che chi spicca si espone alla critica. Se non altri, Motobu Choki sicuramente spiccò! Sfortunatamente venne definitivamente ostracizzato per la sua schiettezza. Tristemente, durante questo periodo il suo Ti’gwa di vecchia scuola fu largamente ignorato dal grande pubblico.

5. Il Karate divenne popolare in Giappone in un periodo di grande escalation militare. Per questo la sua pratica subì un’ulteriore trasformazione dovuta in larga parte all’influenza della cultura (del Budo) giapponese. Ho in precedenza sottolineato come la mentalità comune giapponese sia “diversa” da quella occidentale. A chi non ha una buona conoscenza della cultura giapponese la mia affermazione può suonare come indifferente o forse anche provocatoriamente antinipponica. Vi assicuro che non è così. Per quanto un’intera dissertazione sull’argomento “il modo diverso in cui si fanno le cose in Giappone” potrebbe descrivere meglio quanto affermato, limito la mia spiegazione ad un unico fenomeno culturale conosciuto come shikata (仕方). Letteralmente “la forma e l’ordine per fare le cose in Giappone”, “kata” (方) è il condizionamento culturale che porta i Giapponesi a pensare e reagire nel modo in cui lo fanno. Per i lettori che desiderano maggiori informazioni sullo shikata, raccomando l’eccellente pubblicazione di Boyé Lafayette De Mente «Kata: la chiave per comprendere e trattare con i Giapponesi».

Da quando le arti di combattimento straniere (cioè non giapponesi) iniziarono a guadagnare notorietà in Giappone, la mentalità prevalente nel movimento del Budo giapponese (di cui il Karate cercava di divenire parte integrante) imponeva agli istruttori di Okinawa di osservare l’etichetta culturale e di accettare i protocolli prestabiliti senza domande. Dal momento in cui il Karate arrivò in Giappone all’inizio degli anni venti del secolo scorso fino al suo riconoscimento quale parte del Budo giapponese un decennio più tardi, l’arte di combattimento subì significative trasformazioni.

I cambiamenti principali al Kara-te-jutsu [唐手術] incudevano l’eliminazione degli ideogrammi che componevano il prefisso ed il suffisso poiché rivelavano sia la sua origine straniera e le finalità “antiquate”. Gli ideogrammi antichi vennero rimpiazzati con altri che descrivevano meglio la pratica e la mentalità culturale: 空/Kara col significato di ‘vuoto’ e 道/Michi o col significato di ‘percorso’ o ‘via’.

In aggiunta a questi cambiamenti vi fu l’adozione di un’uniforme standard per l’allenamento (着/gi), l’uso della cintura (obi/帯) ed il sistema di graduazione (段-級/dan-kyu) mutuato dal Judo/柔道 con il benestare del suo fondatore Kano Jigoro [嘉納治五郎]. La transizione divenne infine completa quando il Karate stabilì una propria struttura competitiva. Descritta col termine Ippon Shobu (一本勝負/incontro ad un punto) e largamente basata sulla teoria “uccidere con un solo colpo” (ikken hisatsu/拳必殺) prevalente nel Kendo [剣道] e nel Judo [柔道], gli appassionati del Karate furono infine in grado di testare la loro tecnica fisica e misurare il loro spirito combattivo.

6. Quando finalmente il Karate-do (空手道) si fu conformato alle aspettative della cultura (del Budo) giapponese e vennero introdotte le pratiche dei kihon-waza a supporto dei kata e dei kumite, venne ufficialmente riconosciuto dal Dai Nippon Butokukai (大日本武德會) come moderna arte di combattimento (Gendai Budo/現代武道) entrando a far parte integrante del Budo giapponese (日本武道) nel mese di dicembre del 1933.

Potrebbe essere interessante per i lettori notare come, a dispetto delle sue diverse origini, il Karate venne creato come tradizione unificata senza stili, nello stesso modo in cui il Kendo ed il Judo erano stati trasformati da pratiche precedentemente esistenti. Con un aspetto completamente diverso dal suo antenato okinawense, la nuova tradizione era diventata unicamente giapponese. Enfatizzando gli esercizi di Kihon appena creati, la ripetizione meccanica dei Kata stilizzati e forme di Kumite regolamentate nasceva il modello di quel “Karate delle 3K” che si sarebbe diffuso in tutto il mondo.

Meccanismo catalitico

Attraverso la comprensione di come la nascita dei regolamenti e diversi fattori culturali abbiano influenzato sia il pugilato occidentale che la boxe siamese, diventa meno difficile capire come tali influenze abbiano avuto un impatto altrettanto evidente sull’evoluzione del Karate-jutsu. Poiché sono le regole che spesso dettano i mezzi attraverso i quali gli atleti possono raggiungere i risultati desiderati, ha senso che i metodi di allenamento sviluppati durante gli anni venti e trenta del secolo scorso riflettessero gli obiettivi contemporanei.

Sebbene una porzione considerevole dei cambiamenti che hanno trasformato l’antica arte di Okinawa furono meramente cosmetici e ricreativi, guardando più da vicino quel periodo embrionale scopriamo due meccanismi catalitici potentissimi: la forza onnipotente del carattere unico giapponese e il suo programma militare pre-bellico. Qui si ritrovano i fattori principali che meglio spiegano questa metamorfosi.

Spesso si dice che il Budo (di cui il Karate è oggi parte integrante) è un microcosmo culturale (cioè una rappresentazione in miniatura delle credenze e dei comportamenti sociali delle persone e della cultura da cui proviene). Così io credo sia possibile comprendere molto del popolo e dei luoghi da cui l’arte proviene guardando oltre il nostro allenamento fisico e all’interno della sua storia e della sua affascinante cultura.

Un detto giapponese, tanto provocatorio quanto istruttivo, è “On Ko Chi Shin” (温故知新), e significa letteralmente “studiare il vecchio per comprendere il nuovo”. Un altro antico proverbio, altrettanto istruttivo, è “Bun Bu Ryo Do” (文武両道) e descrive i percorsi gemelli della penna e della spada; il suo significato più profondo rivela un duplice equilibrio tra l’arte del combattimento e la cultura.

Sono convinto che – riflettendo una saggezza senza tempo – la nostra vita possa essere un prodotto dell’arte tanto quanto l’arte possa essere un prodotto della nostra vita.

Altre domande

In realtà ci sono altri due punti su cui avrei voluto soffermarmi e riguardano il concetto di stile (Ryuha/流派) e la sua influenza. Dato che l’arte originaria era indirizzata a contrastare quel tipo di violenza non controllata da regolamenti, mi chiedo se non siano stati il profitto commerciale, programmi autoreferenziali e protezionismo culturale a nutrire la propaganda che ancora promuove pratiche generalmente accettate così limitate dallo stile?

Ancora, poiché sembra che ci sia sempre molta enfasi in questi anni sulla necessità di recarsi ad Okinawa per ottenere la versione “autentica” o “originale” di questa arte, speravo di poter misurare l’influenza che il Karate moderno giapponese ha avuto nell’indirizzare l’evoluzione di questa tradizione nell’Okinawa del dopoguerra. Forse, comunque, è meglio che lasci queste considerazioni per un’altra volta.

“Dov’è la foresta?”

Non posso vedere la foresta, ci sono troppi alberi!” è l’espressione paradossale classica che meglio descrive chi è così preso dai piccoli dettagli di qualcosa da non riuscire a vedere né a realizzare che c’è qualcosa di più … incluso il suo scopo originario!

Ad esempio, quando ci si focalizza così intensamente sulle piccole cose dello stile praticato come “il modo in cui NOI lo facciamo o non lo facciamo”, “il nostro dojo”, “il mio sensei”, “non sono i nostri regolamenti”, “oh, noi quello non lo facciamo”, “lì non si deve usare una posizione con il peso davanti ma una col peso dietro”, “quello non è un pugno a 42° ma a 45°”, ecc… si perdono i concetti e gli obiettivi dell’arte originaria ammesso che li si siano almeno inizialmente compresi!

Perdere l’attenzione alle questioni più rilevanti, che definiscono le finalità originarie dell’arte e la sua pratica funzionale, porta al non poter mai comprendere accuratamente la bellezza e la profondità di questo meraviglioso lascito.

Conclusione

Il fatto che la teoria presentata in questo scritto non sia corroborata da generazioni passate o presenti di autorità del Karate di Okinawa non la rende meno valida. È stata la mancanza di documentazione ufficiale, di testimonianze storiche e di evidenze incontestabili che spiegassero l’origine eclettica e la conseguente evoluzione dell’arte di combattimento a mani nude di Okinawa a provocare la mia curiosità.

Ho messo in discussione la storia accettata e le origini del Karate, fornendo evidenze inoppugnabili per identificare i suoi precursori locali e stranieri e sono arrivato ad una spiegazione perfettamente plausibile delle forze che hanno dato forma alla sua trasformazione.

Sono soddisfatto dei risultati di questo studio e spero sinceramente che questa presentazione abbia efficacemente illustrato come e perché la Muay Boran (cioè la boxe siamese) rappresenti la fonte originaria da cui ebbe origine il Ti’gwa. Ancor più importante, spero che questa modesto lavoro possa anche servire ad aprire nuove porte alle opportunità di approfondimento.

Forse anche ad ispirare i lettori spingendoli a pensare fuori dagli schemi e a sentirsi a proprio agio, sapendo che il pensiero critico rimane uno strumento accettabile e importante per aiutarci ad eliminare la terribile ambiguità che ammanta la storia di quest’arte.

Radici profonde rafforzano le fondamenta di quest’arte e le ali ci forniscono i mezzi per continuare il viaggio alla sua scoperta. Praticare Karate ci lega al suo passato in modo discreto; attraverso la disciplina ed il sacrificio scopriamo il nostro sé interiore; allenandoci insieme forgiamo importanti legami di amicizia e vivendo l’arte ne onoriamo l’eredità, mantenendone vivo lo spirito. Tradizione non significa seguire ciecamente le orme dei vecchi maestri, o preservarne le ceneri, ma piuttosto mantenere viva la fiamma del loro spirito, continuando a cercare, comprendere e migliorare quello che loro originariamente cercarono.

Sono sicuro che questo pensiero sia molto più in linea con l’approccio, le intenzioni e gli insegnamenti originari dei pionieri rispetto alla mentalità conformista in cui il progresso di quest’arte è caduto dormiente.

Assimilando l’arte del Karate ad un sentiero e parafrasando la saggezza del grande Maestro Zen Basho, quanto più ci si avventura sul sentiero su cui si sta viaggiando tanto diventa del tutto evidente che l’obiettivo non è la destinazione, ma il viaggio!

Patrick McCarthy


NOTE:

[1] Gli appassionati di Karate devono sapere che, prima dell’avvento del colonialismo occidentale, la Cambogia, il Laos, la Birmania, il Siam ed il Vietnam sono stati influenzati storicamente, in diversa misura, dalle culture cinese ed indiana; da qui il nome di Indocina.

[2] Il linguaggio delle Ryukyu è caratterizzato dalla coesistenza di prefissi e suffissi per la costruzione dei diminutivi; vale a dire termini che attengono a o producono una forma che denota familiarità ed affetto … o a volte futilità o piccole dimensioni. Il prefisso è “guma” ed il suffisso è “gwa”. Entrambi guma- e -gwa creano diminutivi partendo dalla parola base. Ad esempio, nel caso di pratiche antiche come Kata e Ti, il suffisso “gwa” viene comunemente usato per denotare familiarità ed affetto piuttosto che futilità o piccole dimensioni.

 


Copyright © Patrick McCarthy
traduzione di: Marco Forti
Questa traduzione è stata espressamente autorizzata dall’autore
(la riproduzione di questo testo è consentita solo con il consenso scritto dell’autore)

 

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