Miti da sfatare

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Articoli Koryu Uchinadi: Miti da sfatare

di Patrick McCarthy
traduzione di: Marco Forti
Questa traduzione è stata espressamente autorizzata dall’autore
(la riproduzione di questo testo è consentita solo con il consenso scritto dell’autore)

L’ingenuità storica e culturale presente nella tradizione del Karate ha fatto sì che miti incontrastati si siano trasformati in diffusi malintesi. In nessun luogo questi equivoci sono così evidenti come in Occidente. Quelli che seguono sono alcuni commenti finalizzati a sfatare i miti riferiti a karate, stili, gradi, punti di pressione e kata, oltre ad un paio di altre questioni. – Patrick McCarthy

ORIGINI?
C’è verità nell’affermare che il Karate è un’arte antica, incisa su tavole di pietra da creatori semidei o guerrieri samurai dall’incontestabile genealogia, analogamente alle tradizioni giapponesi basate sui koryu (scuole antiche) [come Tenshin Shoden Katori Shinto Ryu, Yagyu Shinkage Ryu, ecc…], che non deve essere alterata o cambiata e, più importante, disponibile SOLO attraverso la trasmissione diretta di limitate fonti Okinawensi/Giapponesi e/o dai loro rappresentanti “accreditati”?

Conoscendo la verità, il Karate moderno [vale a dire il karate basato sulla tradizione e sui regolamenti sportivi come Shoto, Shito, Wado, Goju, Kyokushin, ecc…] e la lista infinita delle sue rappresentazioni pseudo-autentiche, è una disciplina eclettica che trova la sua origine, passando attraverso Okinawa, nella Cina e nell’antico Regno del Siam. Originariamente distinto in due discipline separate durante l’antico Regno delle Ryukyu ad Okinawa, il Karate moderno è basato sul Kata [型, Hsing in cinese mandarino], una forma olistica di movimento umano basato sull’esecuzione a solo di tecniche di combattimento in specifiche sequenze coreografate, e sul Ti-guwa [手小], un’arte plebea di combattimento a impatto percussivo introdotta nell’isola dall’antico Regno del Siam.

Giovani coscritti giapponesi

Giovani coscritti giapponesi

Praticato ad Okinawa nel periodo dell’antico Regno delle Ryukyu da molti isolani [ma non dai contadini] in tempi differenti e per diverse ragioni, quello che noi conosciamo come Karate oggi, prese forma solo all’alba del ventesimo secolo, sotto la guida di Itosu Ankō. Facendolo uscire dalle porte chiuse della “segretezza”, Itosu riuscì a rendere di pubblico dominio un’interpretazione modificata del Kata. Usato come forma astratta di esercizio nel sistema scolastico durante un periodo di radicale escalation militare, il Kata divenne letteralmente uno strumento politico attraverso il quale veicolare la forma fisica e la conformità sociale a supporto del Nazionalismo Giapponese e della campagna bellica.
Introdotto in Giappone informalmente nel 1917 e formalmente nel 1922, l’allenamento al Karate divenne popolare tra gli studenti universitari e i giovani salariati sia nel Kansai che nel Kanto. Riflettendo nella sua pratica molte delle caratteristiche culturali di Okinawa, quando il Karate guadagnò popolarità a livello universitario e all’interno di aziende private, le autorità del Dai Nippon Butokukai [DNBK] presero consapevolezza delle differenze straniere [leggi: inaccettabili]. Con il passare del tempo il potere prevalente del Budo Giapponese e la sua cultura shikata ebbe una profonda influenza su questa pratica “straniera”. Nel dicembre del 1933 l’“Arte di Okinawa” subì significativi cambiamenti tanto da divenire unicamente Giapponese.
Con la focalizzazione sulle abilità di base [Kihon-waza], sull’esecuzione a solo di tecniche di combattimento in specifiche sequenze coreografate [Kata] e sullo sparring regolamentato, usando solo mani e piedi [Kumite], la tradizione moderna del Karate [oggi affettuosamente chiamato il “Karate delle tre K”] è cambiata davvero poco dalla forma che aveva nel periodo antecedente la seconda guerra mondiale.
Nonostante la propaganda descriva lignaggi antichi, pedigree da samurai e/o proprietà esclusive, il Karate divenne parte della cultura del Budo Giapponese nel dicembre del 1933. Le sue diverse interpretazioni sono tramandate da diverse fonti, molte delle quali hanno legami politici con Okinawa o con il Giappone e altre – egualmente credibili – non ne hanno. Il fatto che un’interpretazione dell’arte abbia o meno una connessione politica ad Okinawa o al Giappone ha davvero ben poco a vedere con la qualità, l’autenticità o la funzionalità dei suoi insegnamenti.

ONNIPOTENZA?
E cosa pensa riguardo alla diceria secondo la quale il Karate non è un’arte completa di combattimento ma piuttosto una semplice disciplina di pugni e calci, fondata confusamente da intrepidi affezionati con romantica galanteria durante il periodo anteguerra?

Come ho spiegato sopra, il Karate è una disciplina basata sull’impatto percussivo.
Per quanto nella sua versione sportiva le mani e i piedi siano gli unici strumenti usati per accumulare punti nelle arene competitive, come forma di autodifesa l’uso di gomiti e ginocchia fa’ del Karate un’arte di combattimento formidabile. Se, comunque, per essere un’arte “completa” si intende che si utilizzino armi, lotta a terra ecc, allora la risposta è no, il Karate [moderno] non è un’arte completa … indipendentemente dal fatto che la propaganda affermi il contrario.

STILI?
Sembra ci sia una lista infinita di stili, ciascuno dei quali afferma di essere il più originale, puro, il migliore e il più forte, ecc… Sono tutte mere varianti sui temi comuni delle 3K o ce n’è effettivamente uno realmente migliore di un altro? E se è così, perché?

Se mai esistesse un premio per il commento più ingenuo ed elitarista allora sicuramente dovrebbe essere assegnato a questo!
Normalmente questi commenti sono appannaggio di affaristi del potere politico e finanziario, snob che si vantano del loro pedigree e/o giovani combattenti . Quando sento questi commenti egocentrici mi viene in mente una citazione di un maestro dell’Arte, Konishi Yasuhiro: “Lo scopo del Karate-do è quello di formare il carattere, migliorare il comportamento umano e coltivare la modestia; ma il praticarlo non garantisce – comunque – che questi scopi vengano raggiunti.”
Facendo risalire le sue radici alle arti di combattimento cinesi e del Sud Est Asiatico, il Karate è una tradizione eclettica che risale a meno di cento anni fa’ e che pertanto può difficilmente essere chiamata “originale”. Ciò detto, affermazioni sul fatto che questo o quello stile sia più antico sono esagerazioni o assoluti travisamenti. Una questione raramente discussa rivela che lo sviluppo e la definizione della maggior parte degli stili di Karate di Okinawa sono il prodotto di un’influenza di ritorno dalle interpretazioni giapponesi delle 3K. Il nome, la divisa, le cinture, il sistema di dan e kyu, i titoli degli insegnanti, il sistema di allenamento basato sulle 3K e il sistema di competizioni regolamentate sono interamente giapponesi.
La mentalità “nessuno-può-essere-meglio-del-maestro”, che è così diffusa nell’ambiente delle arti di combattimento giapponesi in generale, ha le sue radici nel confucianesimo.
Tutti hanno il diritto inalienabile di pensare che quello che stanno praticando sia “meglio” di quello che altri praticano, studiano o insegnano. Questo è solo umano!
Quello che trovo ingenuo è che molti di quelli che dicono che stanno imparando/insegnando e praticando uno stile di Karate “originale” o “antico” stanno accettando ciecamente la propaganda su lignaggio, pedigree e onnipotenza. Pochi sanno che gli stili di karate, per quanto possa essere unica la loro propaganda, sono poco più che un prodotto reinterpretato delle pratiche basate sulle 3K.
Per quanto riguarda la domanda sullo “stile migliore”, bene, questa è una frase rilevante e vorrei pertanto chiedere: “migliore per cosa?”
Per dirla in termini semplici non esiste il karate “migliore”. Il termine è, nella migliore delle ipotesi, stupido, nella peggiore è egocentrico e finalizzato solo ad attrarre simpatizzanti. “Combattere” ha a che fare con attributi individuali, non con “stili”. Se una cosa del genere fosse vera allora chiunque praticasse quello stile sarebbe “letale” …
Molti stili di Karate possono – in maggior o minor misura – tracciare la loro origine a qualche pioniere. Penso che mantenere viva questa eredità sia vitale al lascito della sua arte, specialmente quando ciò è fatto con tatto e accuratezza storica. Ma propagandare che un qualunque stile moderno sia l’esclusiva quintessenza [leggi: superiore] di uno o più dei suoi pionieri è semplicemente ingenuo o, peggio, è il risultato di una spudorata manipolazione.
Per comprendere la natura degli stili è necessario affrontare alcune considerazioni, in particolare devono sempre essere presi in considerazione i seguenti elementi: studi storici [per capire come si sono sviluppati gli stili], allenamenti in più discipline o cross-training [un concetto abbracciato da tutti i pionieri], uso del pensiero critico [come strumento fondamentale per eliminare le ambiguità e le rappresentazioni falsate], meccaniche corporee [per capire come viene trasferita l’energia cinetica], anatomia funzionale e atti abituali di violenza fisica [per capire cosa è universalmente comune nell’applicazione delle tecniche di combattimento] e pedagogia [per capire come questi elementi comuni devono essere insegnati per essere collegati ai risultati attesi].

Ci sono molte citazioni che sottolineano il valore di questi consigli. Eccone alcune tra le mie preferite che vorrei condividere con voi:

«Più riesci a guardare indietro più puoi vedere avanti», «Come fai una cosa evidenzia il modo in cui fai tutte le cose», «Non è lo stile, è la persona», «Pensa fuori dagli schemi», «Ho sempre a cuore sei amici onesti che mi hanno insegnato tutto quello che so. Si chiamano: Cosa, Perché, Quando, Come, Dove e Chi.», «Non puoi risolvere il problema con la stessa mentalità che lo ha creato», «Ci sono tre tipi di persone: quelli che fanno accadere le cose, quelli che le lasciano accadere e quelli che chiedono: “cos’è successo?”», «Stiamo lavorando insieme con spirito di reale cooperazione in cui non c’è nessuna autorità: è il nostro interesse negli insegnamenti che ci tiene uniti e ci aiuta a lavorare insieme», «Le persone con i pugni serrati non possono stringere le mani».

GLI OKINAWENSI SI STANNO TENENDO “IL SEGRETO”? C’è del vero nella teoria secondo la quale gli Okinawensi non insegnarono ai Giapponesi il reale significato del Karate [tenendolo per sé]?

Questo mito è simile all’ingenua credenza secondo la quale il Karate venne sviluppato dai contadini di Okinawa allenandosi nel cuore della notte durante l’antico Regno delle Ryukyu per sopraffare i Samurai del dispotico Satsuma che aveva occupato la loro isola.
Sia chiaro, nessuno dice che questo vada oltre le capacità di contadini [e altrove questa storia è stata scritta col sangue] ma, semplicemente, non fu’ così ad Okinawa.
I Samurai del clan Satsuma rimasero incontestati nel Regno delle Ryukyu fino a quando l’isola ricadde nella giurisdizione del governo Meiji e infine divenne una prefettura indipendente chiamata Okinawa.
Il cosiddetto “tenere per se il segreto” è un altro mito. Questo racconto serve solo a ingenerare l’illusione romantica che il Karate abbia qualcosa di più del suo ovvio valore quale disciplina brutale di impatto percussivo. Sono particolarmente divertito quando leggo le opinioni stravaganti diffuse dalle cosiddette “autorità” che non solo affermano di conoscere questi segreti ma assicurano addirittura di esserne gli esclusivi custodi 🙂
Leggi il resto dell’articolo per afferrare meglio la storia delle arti di combattimento di Okinawa.

ACCREDITAMENTO?
Esiste una cosa del genere? Qual è la sua origine? C’è una credenziale migliore di un’altra?

A differenza dei Koryu-den giapponesi [tradizioni classiche del Giappone], che utilizzano il sistema dei Menkyo [certificati], consegnando il proprio Mokuroku [curriculum/syllabus] attraverso livelli progressivi e sistematizzati di studio – [Nyumon (livello d’ingresso), Shokyu (primo livello), Chukyu (livello intermedio), Jokyu (livello alto)] – e solo attraverso Jiki/Ku-den [trasmissione diretta/orale], riservando l’Okuden [trasmissione segreta] al Deshi [discepolo] più capace, destinato a portare avanti il Ryuha [stile] che riceve il Menkyo Kaiden [certificato di piena conoscenza], il Karate non ha una storia di questo tipo.
Prima dello sviluppo del Karate moderno non c’era un sistema di graduazione ufficiale come lo conosciamo oggi.
Il livello e la posizione tra gli Uchinanchu (popolo di Okinawa) era rozzamente basato sul sistema cinese di anzianità di famiglia usato nel Quanfa, dato che i cinesi erano rispettati quali loro mentori nelle arti di combattimento [Quanfa, cioè Kata e applicazioni pratiche – Qinna]. La cultura shikata [仕方] ha spinto il movimento del Karate ad allineare le proprie pratiche non sistematizzate con gli standard accettati del Budo. Con l’assistenza del DNBK [principalmente grazie agli entusiasti del Karate presenti tra i praticanti delle sezioni di Judo], tra la seconda metà degli anni venti e la prima metà degli anni trenta del secolo scorso, il movimento del Karate ha apportato significativi miglioramenti alla loro disciplina plebea; ha stabilito standard per l’uniforme di pratica [dogi/道着], ha rimpiazzato l’uso della fascia con la cintura [obi/帯], l’uso del prefisso di origine cinese [Kara/Tou/唐] e del suffisso della scuola classica [jutsu/術] con gli ideogrammi [kara/sora/空 & do/michi/道] che meglio riflettevano il sapore Zen del Budo giapponese e dello spirito Yamato, ha stabilito il metodo di combattimento sportivo regolamentato dell’ippon shobu [一本勝負] per testare la tecnica e lo spirito combattivo e ha adottato il sistema dan/kyu [段/級], per valutare i praticanti.

Il sistema dan/Kyu
Utilizzato per primo da Kano Jigoro [1860-1938], il sistema dan/kyu era basato sull’ordine degli handicap stabiliti da Honinbo Dosaku (1645-1702) quale struttura professionale di graduazione per il gioco del Go.
Il sistema dei dan di Dosaku rimase valido fino al 1883 quando la Hoensha (organizzazione principale del Go a quei tempi) la rimpiazzò con un sistema di graduazione a kyu. Il sistema dei kyu venne poi abbandonato undici anni più tardi a causa delle lamentele dei giocatori professionisti che ottennero la reintroduzione del previgente sistema dei dan. La teoria accettata afferma che il pioniere del Judo, Kano Jigoro, abbia creato il sistema dei dan/kyu basandosi su questa storia.

I primi accreditamenti a Primo Dan

Kano conferì i primi gradi Shodan nel 1883 a due dei suoi migliori studenti: Saito e Tomita. Dal 1886 l’innovatore richiese ai suoi Yudansha l’uso di una cintura nera per chiudere il proprio kimono. Il Kendo supportò il sistema dan/kyu di Kano conferendo il primo Shodan nel 1883. Più tardi, nel 1907 Kano introdusse formalmente l’uniforme di pratica ufficiale e il tipo di cintura usata ancora oggi.
L’idea di cinture di diverso colore a rappresentare i diversi gradi kyu venne sviluppata più tardi, negli anni trenta, da uno studente di Kano, Kawaishi Mikonosuke, che era stato inviato in Francia ad insegnare Judo.
Nel 1908 il curriculum del Kendo venne completamente standardizzato così come il suo sistema di graduazione basato sul sistema kyu/dan di Kano e la disciplina venne introdotta con successo nelle scuole di Tokyo.
Dal 1917, con il supporto del Monbusho [Ministero dell’Educazione] e del Dai Nippon Butokukai* [DNBK], il sistema dan/kyu [formato da 10 dan e 6 kyu] ideato da Kano divenne lo standard nazionale usato in tutto il Budo giapponese.

Il sistema dan/kyu nel Karate

Aristocratico e innovatore, celebrato innovatore del Judo [prima arte di combattimento moderna del Giappone], rappresentante del Comitato Olimpico Internazionale in Asia ed esperto viaggiatore, Kano fu un membro molto rispettato e influente nella società giapponese.
Dire che le sue innovazioni pedagogiche aiutarono il movimento del Karate ad ottenere il riconoscimento in Giappone significherebbe sottostimare notevolmente la sua influenza. Funakoshi ammirava profondamente quest’uomo, cercava la sua guida e applicava liberamente i suoi contributi innovativi migliorando così l’immagine diffusa del Karate che in precedenza er visto come l’arte plebea di combattimento di Okinawa.

Il Dai Nippon Butokukai

Fondato nel 1895, il Dai Nippon Butokukai [DNBK] fu la sola organizzazione in tutto il Giappone incaricata di sovrintendere alle arti di combattimento moderne ed antiche [Koryu]. In aggiunta accreditava insegnanti e rilasciava certificazioni di grado. La sua autorità terminò improvvisamente nel 1945 quando il DNBK – considerato ente che fomentava il militarismo – venne ufficialmente chiuso.
Poiché le tradizioni basate sui Koryu non avevano una storia nell’uso della struttura di accreditamento dan/kyu [utilizzavano infatti solo titoli di insegnamento: Tasshi e Hanshi, in seguito cambiati in Renshi, Kyoshi e Hanshi] questi gradi furono esclusivo dominio del Budo [arti di combattimento moderno come Judo, Kendo, Naginatado, ecc …] di cui il Karate-do entrò a far parte nel dicembre del 1933.
Considerando il Karatedo come nuovo Budo giapponese, il DNBK richiese che scuole, stili** e insegnanti stabilissero uno standard comune, utilizzassero il sistema dan/kyu e si registrassero.

Certificazione di Primo Dan nel Karate

Funakoshi conferisce il primo Dan a Ohtsuka (1924)

Funakoshi conferisce il primo Dan a Ohtsuka (1924)

Due anni dopo il suo arrivo in Giappone, e più di un decennio prima che la struttura formale di graduazione nel karate venisse istituita, Funakoshi Gichin consegnò diplomi di primo dan a propri allievi.
Senza avere egli stesso alcun accreditamento riconosciuto, e come fece Kano prima di lui, Funakoshi conferì il diploma di accreditamento a primo dan a sette dei suoi allievi il 10 aprile 1924.
Ohtsuka Hironori, Gima Shinken, Tokuda Anbun, il Professor Kasuya, Hirose, Akiba e Shimizu diedero sicuramente molto valore a quei diplomi poiché Funakoshi chiese a ciascuno di loro 5 yen per l’accreditamento (all’epoca lo stipendio medio mensile era di circa 50 yen).
Grazie alla testimonianza orale di allievi come Ohtsuka Hironori, Gima Shinken and Konishi Yasuhiro tra gli altri, sappiamo che Funakoshi insegnava solo kata e non “combattimento”, resta da chiedersi quali criteri usò per accreditare questi sette allievi.
Così il sistema dan/kyu di Kano, e il suo concetto di competenze tecniche richieste per graduare i propri allievi nel Judo, servirono come modello informale attraverso il quale istituire una struttura di graduazione nel Karate.

Nuova era – Nuove regole – Nuova organizzazione

Quando il Giappone, nel 1945, si arrese incondizionatamente, le sue arti di combattimento vennero vietate. Quando il divieto venne abrogato, all’inizio degli anni cinquanta, la comunità marziale giapponese lottò per essere ristabilita.
La guerra aveva portato con sé molte autorità delle arti marziali e le nuove leadership, le divergenze di opinioni e l’occupazione straniera giocarono un ruolo importante nel dare nuova forma e direzione alle arti di combattimento giapponesi. Alcune tra le meno conosciute arti di combattimento così come molti tra i gruppi minori del karate formarono gruppi con legami flebili e interagirono tra loro.
C’erano quelli [e ci sono ancora oggi] che erano felici di mantenere una propria indipendenza. Cercando di duplicare la credibilità del Butokukai molti tra i gruppi maggiori si unirono le proprie forze e formarono la Kokusai Budoin [conosciuta anche come International Martial Arts Federation: IMAF]. Poiché l’Imperatore presiedeva tutto ciò che aveva valore nella cultura giapponese, incluso il DNBK, l’IMAF reclutò [solo nominativamente] un esponente della famiglia imperiale a presiedere la nuova organizzazione cercando così di assicurarsi una sorta di credibilità. Autorità delle arti marziali come Mifune Kyuzo [Judo] e Nakayama Hakudo [Kendo] vennero reclutati per sovrintendere le divisioni di Judo e Kendo mentre Hironori Ohtsuka [Wado Ryu] prese in carico la sezione Karate.
A dispetto dell’armonia e di un unico stile che Judo e Kendo avevano coltivato con successo nel periodo precedente e successivo la seconda guerra mondiale, i conflitti personali e le divergenze concettuali e filosofiche impedirono alle fazioni indipendenti del Karate di raggiungere l’unificazione di stile. Questo non impedì comunque a molte interpretazioni del Karate moderno di beneficiare dei diversi aspetti del sistema di accreditamento dan/kyu.
Negli anni successivi all’eliminazione del divieto di praticare arti di combattimento, il Judo ed il Kendo vennero nuovamente reintrodotte nel sistema scolastico con il pieno supporto del Monbusho [Ministro dell’Educazione]. Nel periodo in cui il Judo, nel 1964, divenne disciplina olimpica, il Karatedo aveva già generato un seguito abbastanza imponente da supportare la creazione di un proprio ente organizzativo: la FAJKO/ZNKR [Federation of All Japan Karatedo Organization/Zen Nippon Karatedo Renmei].

L’organizzazione principale del Karate

Pochi eccelsero nell’abilità politica e nell’acume per gli affari di Nakayama Masatoshi nel perseguire la scommessa di istituire una scuola di successo.
Scommessa concretizzata nella costituzione della Nihon Karate Kyokai [Japan Karate Association: JKA].
Nel 1957, stesso anno in cui tenne il primo campionato nazionale, la JKA si dimostrò essere l’esempio tecnico e politico cui le altre organizzazioni si sarebbero dovute ispirare nei decenni a seguire. Il Wado Ryu, sotto la guida di Ohtsuka Hironori, lo Shito Ryu guidato da Mabuni Kenwa e la Goju Kai con a capo Yamaguchi Gogen, formarono con successo relazioni di lavoro tra loro e ottennero riconoscimenti equiparabili a quelli della JKA di Nakayama. Stili meno conosciuti come il Kenyu Ryu, il Nippon Kenpo, il Kushin Ryu e Tou’on Ryu non fecero grossi sforzi per richiamare l’attenzione nazionale nonostante riuscissero a richiamare praticanti fedeli mentre altri stili come il Kyokushin Kai riuscirono a generare un’enorme pubblicità e a garantirsi seguito in tutto il mondo.

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NOTE

* Nonostante l’attuale DNBK tracci le proprie radici all’omonima organizzazione esistente nel periodo precedente la Seconda Guerra Mondiale, si tratta di un gruppo diverso senza autorizzazioni governative a sovrintendere le arti di combattimento giapponesi. Nonostante il collegamento [pagato] con Higashi Fushimi Jigo e Jiko, che fanno presumere una connessione con l’Imperatore [che in realtà non esiste], i diplomi di grado e i titoli di insegnamento rilasciati dall’attuale DNBK seguono un sistema di “raccomandazioni” e generano introiti appetibili per il gruppo [“non-profit”] con sede a Kyoto.

** La maggior parte delle scuole e stili “originali” che conosciamo oggi vennero fondati tra il 1930 e il 1940: Shorin Ryu, Shotokan, Wado Ryu, Goju Ryu, Shito Ryu, Kenyu Ryu, Uechi Ryu, Motobu Ryu, Matsubayashi Ryu, Kushin Ryu, ecc…

CHI HA ACCREDITATO I PRIMI PIONIERI DEL KARATE?
Erano Samurai? E che criteri vennero utilizzati per l’accreditamento?

Fu il DNBK ad accreditare i pionieri del Karate come Funakoshi Gichin e Funakoshi Yoshitaka [Shotokan], Miyagi Chojun, Higa Seiko, Shinzato Jin’an, Yagi Meitoku [Goju Ryu], Mabuni Kenwa [Shito Ryu], Ohtsuka Hironori [Wado Ryu], Konishi Yasuhiro [Shindo Jinen Ryu], Kinjo Kensei e Ueshima Sannosuke [Kushin Ryu], Tomoyori Ryusei [Kenyu Ryu], Yamada Tatsuo [Nippon Kempo], Yamaguchi Gogen [Goju Kai], Nagamine Shoshin [Matsubayashi Ryu], Sakagami Ryusho [Itosu-ha Shito Ryu], ecc…

Molti credono che i pionieri dei diversi stili di karate fossero veramente guerrieri Samurai. È vero?

No, non è vero. Nonostante alcuni praticanti okinawensi come Yabu Kentsu e Hanashiro Chomo, abbiano servito la patria nell’esercito giapponese ed alcuni tra i pionieri giapponesi del Karate appartenessero a famiglie le cui radici possono essere fatte risalire a lignaggi di Samurai, i pionieri del Karate non erano Samurai.

Criteri di accreditamento

In accordo alla cultura, nell’ambito della quale il DNBK venne fondato, i criteri usati per accreditare i candidati in cerca di riconoscimenti nel Budo erano soggettivi, normalmente non era necessario nulla più di una raccomandazione [dalla persona giusta] e di una dimostrazione fisica al Butokusai [festival delle arti marziali] annuale.
Ad oggi non ci sono rimaste evidenze che spieghino adeguatamente quali criteri fossero necessari per ricevere l’accreditamento dal DNBK.

RIEVOCATORI CONTRO COMBATTENTI?
Cosa pensare delle critiche che provengono in particolare dal mondo delle MMA sul fatto che il Karate sia virtualmente inutile quando messo di fronte alla brutalità e all’imprevedibilità della violenza delle strade? Cosa pensare delle affermazioni che evidenziano come, nonostante la fiera dedizione e lealtà al maestro i karateka tradizionali siano una sorta di combattenti della domenica, che come i rievocatori medievali pongano in essere un fantasioso rituale simile ad un combattimento inoffensivo oppure si limitino a pratiche di combattimento regolamentate o ancora a scontri competitivi finti?

C’è molta verità in questa critica. Nonostante il karate tradizionale abbia prodotto molti ottimi atleti e validi agonisti nel corso degli anni, troppa enfasi è posta in rituali incongruenti e lignaggi ed etichette hanno ridotto molte tradizioni allo status di rievocazioni molto simili alle pratiche ritualizzate dei rievocatori medievali. Tristemente gli unici che non riconoscono questo stato di fatto sono gli entusiasti che affermano il contrario!

KATA?
Vennero forgiati nella fornace divina del cielo o sono il semplice prodotto di meri mortali? Hanno lo scopo di insegnare tecniche di combattimento, culminare la lezione già impartita o rappresentano rituali vuoti usati nei programmi d’esame dei dojo da rievocatori marziali o da atleti nelle competizioni?

Per meglio comprendere queste sequenze coreografate si devono prima riconoscere le relative premesse contestuali. Ciò che intendo specificamente è come e perché funzionano i kata, altrimenti restano semplicemente forme di movimento umano senza significato.
Senza le relative premesse contestuali i kata sono ridotti a poco più di una forma eccessivamente ritualizzata di shadow-boxing; vale a dire rituali che richiamano un combattimento con poco valore pratico. Avendo compreso questa dicotomia il “piccolo drago”, Bruce Lee, affermava che per sviluppare realmente abilità di combattimento funzionali DOBBIAMO “liberarci dalla confusione classica.”
Ora se nel farlo ignorassimo completamente i kata finiremmo non solo per allontanarci ulteriormente dall’arte ma acquisiremmo una mentalità tipo fight-club con poco o nessun riguardo per le caratteristiche olistiche dell’arte e per i suoi valori tradizionali.
——– Quelli che seguono sono alcuni tra i commenti relativi ai kata che ho raccolto negli anni da varie autorità. Piuttosto che fornire la mia opinione preferisco che leggiate e giudichiate in prima persona chi davvero conosce (o conosceva) qualcosa sui kata.

I vari kata furono create da Maestri ed esperti del passato i cui nomi sono per lo più sconosciuti. I metodi di attacco e difesa che usarono nel creare questi kata sono stati scelti, forgiati e testati attraverso l’esperienza personale. Originariamente non c’erano testi scritti sul karate e così la trasmissione dei kata dipendeva interamente dai ricordi personali e dalle abilità di chi li praticava. È ragionevole pensare che vuoti di memoria o fraintendimenti relativi a tecniche dei kata abbiano contribuito ad errori nella trasmissione.” – Funakoshi Gichin

“Ci vuole almeno un anno per padroneggiare Naihanchi e Kusanku.” – Funakoshi Gichin rispondendo ad una domanda di Kano Jigoro dopo la dimostrazione privata del 1922 al Kodokan tenuta dallo stesso Funakoshi con Gima Shinken.

“Anche nei quarant’anni in cui ho praticato [Karate], i cambiamenti sono stati tanti. Sarebbe interessante poter tornare indietro nel tempo, al punto in cui i Kata sono stati creati e studiarli.” – Egami Shigeru

“Battere le mani insieme sopra la testa può portare il tuo avversario a lanciare un attacco di calcio improvviso e scoordinato.” – Nakayama Masatoshi

“Kyoda Juhatsu non mi insegnò mai nessuna applicazione dei kata. Disse che stava a me immaginare che cosa significasse il kata e come applicare i principi.” – Kanzaki Shigekazu

“I nostri insegnanti non ci diedero una chiara spiegazione delle forme antiche. Dovetti trovare le caratteristiche ed i significati di ogni forma grazie ai miei studi e ai miei sforzi, ripetendo gli esercizi formali attraverso l’allenamento.” – Chitose Tsuyoshi

“Si deve ammettere che comparati con i kata del Judo, i kata del Karate tendono ad apparire monotoni e mancano di spettacolarità e del dinamismo.” – E.J. Harrison

“Ebbi occasione di parlare apertamente con i miei vecchi maestri e scoprii che si erano limitati a ripetere quello che i loro predecessori avevano raccontato loro.” – Kenji Tokitsu

“Ad Okinawa non penso che il bunkai fosse così importante come in Giappone. In Giappone tutto è bunkai, bunkai, bunkai e penso che questo derivi dal fatto che i Judoka pongono ai Karateka tante domande.” – Nohara Koei

“Il Maestro Tomoyose ci donò una gemma di informazione all’ultimo camp estivo. Davanti ad una folla di entusiasti Uechi-ka, gli fu chiesto perché vennero sviluppati gli altri cinque kata … ci raccontò che dopo la Seconda Guerra Mondiale erano così poveri che spesso diventava un problema trovare i soldi per nutrire le loro famiglie. Una delle poche cose che potevano fare era quella di organizzare dimostrazioni di Karate e chiedere agli spettatori una quota d’ingresso. Il problema era che facevano i tre kata un po’ di esercizi di rottura e un po’ di sparring ed era tutto finito.. gli spettatori erano scontenti perché non ritenevano che questo ripagasse adeguatamente il loro denaro, così Kanei Uechi, R. Tomoyose e i loro contemporanei si incontrarono per sviluppare nuovi kata in modo che le loro dimostrazioni diventassero più lunghe e le persone venissero invogliate a pagare per vederle…!” – Bruce Hirabayashi sul forum di discussione del sito Uechi-Ryu.com

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I pionieri del quanfa responsabili della creazione delle prime metodologie attraverso le quali impartire i loro insegnamenti, trovarono vantaggioso usare rituali mnemonici di tipo fisico. Ricreando quel tipo di scenari violenti comuni nella loro società ed ai loro tempi, gli insegnanti di quanfa introdussero gli studenti alle premesse contestuali realistiche e alle prescritte tecniche di combattimento attraverso esercizi schematici a due persone.
Usando la sicurezza di un luogo di pratica controllato, gli allievi potevano allenare le tecniche di combattimento, contro partner che inizialmente esercitavano solo una resistenza passiva, fino a che aumentava la familiarità con le tecniche, la forza e l’abilità fisica garantendo loro il raggiungimento di quella funzionalità combattiva che li metteva poi in grado di affrontare una resistenza aggressiva imprevedibile. Separando dagli esercizi a due gli scenari identificabili di attacco e le prescritte sequenze di risposta, gli insegnanti di quanfa stabilirono modelli di allenamento a solo chiamando queste pratiche rituali Hsing [型 Kata in giapponese]. Unendo i modelli individuali in sequenze collettive gli innovatori del quanfa svilupparono esercizi a solo complessi attraverso i quali non solo culminava la lezione impartita ma si esprimeva la prodezza individuale rafforzando nel contempo mente, fisico e condizionamento olistico.
Arte introdotta ad Okinawa durante l’ultima parte del Regno delle Ryukyu, fu il processo di semplificazione nel sistema scolastico a rendere praticamente dormienti sia l’antica arte che gli esercizi a due basati sulle sue premesse contestuali. Con il focus sulla forma piuttosto che sulla funzionalità il kata divenne un veicolo attraverso il quale coltivare la forma fisica e la conformità sociale a supporto degli sforzi bellici giapponesi durante un’era radicale di escalation militare. I kata praticati nel Karate moderno sono stati talmente condizionati dal processo di semplificazione e dall’influenza della cultura prebellica del Budo giapponese, che la loro introduzione e la loro pratica nel corso del ventesimo secolo si è sviluppata senza alcuna premessa contestuale. Non sorprende che questa mia intuizione sia stata ridicolizzata da alcuni e osteggiata da altri prima che giungesse un consenso generalizzato ad affermare che questa conclusione era evidente. Per un po’ di tempo ho addirittura pensato che fosse stato promesso un premio a chi avesse provato a gettare discredito sul mio lavoro. Grazie a questo arrivai a meglio comprendere i “tre stadi della verità” di Shopenhauer.

Formula semplificata

1. Ogni atto di violenza fisica è metodicamente presentato all’allievo in ordine di distanza [cioè distanza di calcio, di pugno, di presa, di corpo a corpo]. Ci sono 36 atti abituali di violenza fisica e non meno di 72 varianti.
2. Gli atti di violenza fisica sono insegnati prima [e individualmente] così ogni allievo può comprendere perché sono pericolosi e quali tattiche difensive sono possibili per neutralizzarli.
3. Si pratica una singola applicazione con un partner a resistenza passiva prima di considerare eventuali variazioni, promuovendo l’acquisizione di dimestichezza sia con l’atto di violenza fisica che con la prescritta controtecnica. Una volta raggiunto un livello di competenza accettabile l’attaccante è istruito per incrementare gradualmente l’intensità dell’attacco fino a che lo scenario a due può essere eseguito con resistenza aggressiva e fiducia nella comprensione e nel fatto di essere in grado di contrastare l’imprevedibilità.
4. Agli allievi viene poi chiesto di praticare le prescritte applicazioni individualmente, esercitandosi con le sequenze a solo. Queste ricostruzioni a solo diventano composizioni individuali che, quando unite tra loro a formare sequenze coreografate complesse, diventano qualcosa di più grande della somma totale delle singole parti che le compongono – i kata.
5. A dispetto del modo diametralmente opposto in cui i kata sono insegnati oggi, credo che questa formula rappresenti il modo in cui erano stati originariamente concepiti e trasmessi.

Il fatto che il Kata possa anche essere o sia anche stato usato come meccanismo olistico attraverso il quale rafforzare il corpo all’interno e all’esterno, come forma di meditazione in movimento, come forma astratta per raggiungere la forma fisica, come forma creativa di shadow-boxing, come piattaforma per affinare ed esprimere le proprie abilità tecniche, come strumento attraverso il quale impartire il programma di una scuola e/o come sequenza creativa per finalità agonistiche, dimostra quanto questa pratica astratta possa essere realmente accomodante.

Riscoprire la premessa contestuale perduta risveglia il drago addormentato e ridona vita ad un rituale altrimenti assopito. Quando scoprii come un meccanismo mnemonico potesse non solo culminare la lezione già impartita ma – collegato insieme – offrire chiaramente qualcosa di più grande della somma totale delle sue singole parti, il mistero venne risolto. Tristemente alcuni increduli necessitano che queste parole siano espresse da un Okinawense per poterle considerare credibili. A quelli che non ne hanno bisogno e che sono realmente interessati a studiare come meglio comprendere i kata nel modo in cui ritengo siano stati originariamente concepiti, consiglio di leggere la Teoria degli Atti Abituali di Violenza Fisica [HAPV Theory – HAPV è l’acronimo dell’inglese Habitual Acts of Physical Violence, n.d.t.] e i relativi esercizi a due persone come formula attraverso la quale riportare il combattimento nel kata.

“La verità è sempre la verità, indipendentemente dalla mancanza di comprensione, dallo scetticismo o dall’ignoranza.” – W. Clement Stone. 1902-2002

KYUSHO-JUTSU?
Attaccare le strutture anatomicamente vulnerabili, nello sforzo di impedire la funzione motoria, è un ‘segreto’ conosciuto all’interno di un solo gruppo marziale? È una pratica produttiva? Bisogna conoscere Yin/Yang, la teoria dei 5 elementi e/o concetti della medicina tradizionale cinese per comprendere questi insegnamenti? I principi della MTC, nella loro applicazione alle arti marziali, sono appannaggio esclusivo di un singolo gruppo o possono essere studiati da tutti? Se così, possono essere identificati, compresi e sistematizzati in un curriculum di studi semplificato usando meccanismi applicativi e concetti della scienza medica occidentale?

Ci sono così tanti sedicenti “maestri” in giro oggi, pronti a rifilare la propria “merce” all’allievo ingenuo che davvero non so cosa sia più triste: la presenza dei praticanti ingenui che credono davvero di poter applicare quei trucchi in situazioni reali di autodifesa oppure i venditori senza scrupoli che smerciano interpretazioni del tutto aberranti delle arti da combattimento.

Sono particolarmente affascinato da commenti del tipo: “Bene, sono stato a contatto con il trasferimento di energia del maestro tal dei tali e, ragazzi, non c’è niente che possa essere comparato al suo potere!”
Ma il mio preferito resta il volontario che sta in piedi davanti all’“esperto” di pressione sui punti vitali mentre aspetta immobile di essere messo KO e crede che con un po’ di allenamento sarà anch’egli in grado di fare la stessa cosa nella caotica imprevedibilità della situazione del tipo “e ora scateno l’inferno” contro uno stronzo incazzato di 115 Kg che sta per staccargli la testa dal collo!
Spero che l’intera comunità marziale si coalizzi contro questi ciarlatani o almeno vorrei che questi clown dei punti vitali dimostrassero la loro tecnica in prima persona in una situazione anche moderatamente non collaborativa. Questo è il mio favorito!

L’idea di attaccare strutture anatomicamente vulnerabili aggiunge un inestimabile valore a ogni arte di combattimento e ciascuna disciplina funzionale degna di questo nome possiede questa conoscenza.

Essendo impregnata della cultura cinese non deve sorprendere che la conoscenza derivante dal quanfa che descrive originariamente l’attacco di strutture anatomiche sia stata storicamente trasmessa attraverso lo studio basato sulla MTC [MTC=Medicina Tradizionale Cinese].
Da un punto di vista storico questa conoscenza veniva trasmessa direttamente all’interno della comunità marziale cinese da agopunturisti o studenti di agopuntura e/o di altre pratiche correlate alla MTC.
Recentemente, specialmente grazia alla maggior popolarità raggiunta, sono state rese disponibili molte eccellenti pubblicazioni in lingua inglese che descrivono la medesima teoria utilizzando termini della scienza medica occidentale. Tra le migliori pubblicazioni raccomando personalmente il lavoro dei miei colleghi Dr. Michael Kelly, Rand Cardwell e Bruce Miller per aiutare ad eliminare le ambiguità di questa pratica un tempo segreta e comprenderne la relativa semplicità e la sua applicazione pratica.

L’insegnamento del Kyusho-jutsu è di pubblico dominio

Nel 1994 dopo un anno di trattative, accettai un invito fattomi dal Presidente della Federazione Nazionale Australiana di Karate e mi trasferii dal Giappone in Australia con l’esplicito proposito di sviluppare un programma di accreditamento per istruttori. Originariamente pianificato per essere insegnato al Seikukan, fu invece il College Australiano di Medicina Naturale [ACNM] la sede effettiva in cui partì – nell’ambito della Facoltà di Scienze della Salute – questo corso innovativo destinato agli studenti universitari.
Dopo oltre due anni di ricerca e definizione del corso, il College Australiano di Medicina Naturale richiese ed ottenne l’accreditamento accademico grazie al rispetto dei criteri stringenti fissati dal Ministero dell’Educazione.
Avendo scritto personalmente il programma del corso biennale mi fu chiesto di sovrintendere all’insegnamento di dieci delle ventidue materie di studio.
In aggiunta alle mie credenziali (presentate e confermate dal Minstero dell’Immigrazione, dal Ministero dell’Educazione e dall’Istituto che mi assunse) il College mi pagò un semestre aggiuntivo di studio personale, attraverso il quale potei ottenere l’accreditamento Cert IV previsto dall’Accordo Quadro per la Qualificazione Australiana necessario per insegnare nei College.

L’insegnamento delle competenze collegate alla conoscenza degli attacchi alle strutture anatomiche vulnerabili [scritto da me e basata sulle ricerche che condussi durante gli anni in cui mi sono occupato della traduzione del Bubishi] era inserito tra le materie da MAT 101 a 104. Il programma prevedeva l’acquisizione della terminologia, l’identificazione delle zone anatomiche [ossa, muscoli, tessuto connettivo, membrane, visceri, nervi, ecc…], la comprensione di base delle funzioni anatomiche, le implicazioni mediche [conseguenti all’attacco], la bio-meccanica e il trasferimento dell’energia cinetica, i principi e la formula applicativa, tecniche di rianimazione e gestione degli infortuni.
Sebbene non avessi mai studiato la MTC al college né presso un maestro formalmente riconosciuto durante i miei numerosi viaggi in Cina, i miei studi e la mia solida preparazione acquisita in due anni e mezzo consentì al corso di ottenere l’accreditamento mentre godevo del supporto dell’intera facoltà.
Probabilmente l’ACNM è l’Istituto Australiano di punta in materia di MTC. Faccio menzione di questo perché ho utilizzato anche la terminologia basata sulla MTC [localizzazione dei punti] per identificare in modo preciso le zone anatomiche usate sia in test a quiz settimanali che in esercizi basati su situazioni di difesa personale.
Queste conoscenze vennero supportate dall’accresciuta competenza dei partecipanti su Yin/Yang e sulla teoria dei 5 Elementi, materie comprese in MAT 101 e 102, e completate dalle altre materie del corso.
Il riconoscimento dell’accreditamento governativo dei programmi di livello terziario in Australia ha una durata di cinque anni, poi deve essere aggiornato e rinnovato.
Il nostro programma per l’ottenimento del Diploma nell’Istruzione delle Arti Marziali durò altri due anni oltre la prima data di rinnovo finché il college ci informò che avrebbe “staccato la spina” perché – come ci dissero gentilmente – “il corso sfidava il loro margine di profitto!”
Affermo con orgoglio e senza alcuna esitazione che lo sviluppo e l’effettiva gestione di questo programma fu l’esperienza più gratificante e istruttiva della mia vita nell’ambito delle arti di combattimento. Dire che ho imparato cose sulle arti di combattimento che non sono reperibili altrove significherebbe comunque sottostimare notevolmente questa esperienza.

In risposta ai tentativi scorretti di screditarmi

Tengo a sottolineare che non sono collegato in nessun modo ad un corso-fregatura, non accreditato, sviluppato da un certo Harold Mayle e offerto attraverso una casella postale nelle Hawaii sotto il nome di un fantomatico “Euro Technical Research University in Polemikology“, che una volta citò Richard Kim come suo Preside.

Società di mutua ammirazione?
Cosa pensa delle chat-room “so-tutto” che spopolano su internet con letteralmente migliaia di post, molti dei quali puzzano di autoreferenza oppure gettano fango sulle altre scuole, stili, abilità o persone con l’unica eccezione dei loro compagni di pensiero?

Credo sia una domanda che si risponde da sola.
Per dirla in modo semplice, le arti da combattimento non sono dissimili dagli altri hobbies o interessi e per questo attraggono entusiasti di ogni tipo; normalmente chi sparla con atteggiamento irrispettoso e comportamento maleducato finisce per dimostrare la debolezza del proprio carattere ed un basso livello di autostima ed i suoi scritti evidenziano più la pochezza della personalità di chi scrive, del suo stile, scuola e lignaggio che quelli della vittima designata.

Comprendere il termine Koryu Uchinadi e quello che rappresenta.
Qualcuno crede che solo un Okinawense o un Giapponese possa fondare uno stile di Karate. Il fatto che il proprio stile tradizionale sia stato ridotto a poco più che un sistema di pratiche sovraritualizzate, che ha perso il collegamento con la finalità difensiva originaria sembra avere meno importanza del fatto che il loro lignaggio possa ricondursi ad un Okinawense o ad un Giapponese!
Che la forma e il lignaggio siano più importanti della funzionalità e della semplicità è esattamente la stessa critica che portò Bruce Lee allo strappo con quello che definì “la confusione classica”.

Il Koryu Uchinadi unisce le arti di combattimento okinawensi dell’antico Regno delle Ryukyu in un singolo studio coerente senza perdere nessuna delle loro funzionalità originarie. Il nome è stato raccomandato dal mio insegnante di Okinawa, Kinjo Hiroshi, con la finalità espressa di rappresentare il sistema delle pratiche principali che ho accorpato per meglio comprendere la natura e l’applicazione delle antiche arti di combattimento di Okinawa.

IDEOGRAMMA PRONUNCIA SELETTIVA SIGNIFICATO
KO vecchio, antico
RYU corso, flusso, passagio (del tempo), stile, scuola
沖縄 UCHINA Okinawa (Regno delle Ryukyu)
DI mano/mani (cioè arti di combattimento)

古流沖縄手
Koryu Uchinadi

Il Koryu Uchinadi rappresenta un metodo altamente funzionale e sistematizzato di studio, pratica ed insegnamento dell’antico stile di combattimento di Okinawa.

Mantenere vivo lo spirito delle Arti di Combattimento.
Qual è il vero spirito di questa eredità culturale?

Studiare come mimare l’esecuzione di tecniche ritualizzate non c’entra col Karate. Basho ci mise in guardia sull’importanza di «non seguire le orme dei vecchi maestri, ma piuttosto cercare quello che essi cercarono».
Sono assolutamente certo che questa lezione sia molto più in linea con lo spirito e gli scopi dei pionieri rispetto alla concezione del proprio “stile” visto come il “SOLO E UNICO CORRETO!”
La verità non è conforme allo stile, lo stile è solo un’interpretazione della verità, e così molti stili sono semplicemente incompleti, inefficaci o del tutto irrealistici!
Non è vero nemmeno che il Karate riguardi il perfezionamento del carattere perché è proprio l’insieme delle nostre imperfezioni a renderci così come siamo.
Il Karate non è nemmeno solo combattere ma piuttosto imparare come neutralizzare un avversario senza ricorrere alla violenza fisica. Il peggior avversario tra tutti è in noi stessi.

Il Bubishi?
Cos’è? È valido?
Chi lo ha tradotto per primo in inglese?
Cosa pensa dei pagliacci che lo criticano?

Privo di data e di firma, il Bubishi è una collezione di scritti, tracciati in ideogrammi cinesi antichi [probabilmente risalente al 19° secolo e originaria del Fujian o di Okinawa] che prende in esame un’ampia varietà di argomenti che spaziano dalla storia del quanfa agli obiettivi anatomicamente vulnerabili, alla strategia tattica, alla filosofia morale, alle applicazioni pratiche contro scenari violenti identificabili, alle uscite e contro tecniche, ai rimedi e preparati erboristici.
Trasmesso almeno dai tempi di Higaonna Kanryo e Itosu Ankō, il documento è stato in seguito tramandato attraverso entrambi i lignaggi di questi pionieri.
Si ritiene che documenti credibili antecedenti al ventesimo secolo che dettaglino la storia e l’evoluzione del Karate siano virtualmente inesistenti. Fino alla scrittura del primo [insuperato] libro sull’arte di Funakoshi Gichin e alle prime pubblicazioni dell’anteguerra che lo seguirono, tutto quello che abbiamo è una collezione disordinata di scritti rari, ad esempio una singola citazione del 17° secolo dello statista delle Ryukyu, Junsoku, datata 1683; un breve passaggio nel Oshima Hikki del 1761; estratti di commenti di visitatori provenienti da navi straniere de 19° secolo [Hall, Mcleod, Bettelheim, Perry]; una copia del programma del 1867 che promuoveva una dimostrazione di arti di combattimento all’Ochayagoten; una lettera scritta nel 1882 e un motto scritto nel 1885 da Matsumura Sokon; la testimonianza risalente al 1904 di Noma Seiji; una singola pagina di un libro scritto nel 1905 da Hanshiro Chomo e una lettera al Ministero dell’Educazione scritta nell’Ottobre del 1908 da Itosu Anko.

Sapendo che il Bubishi venne usato da pionieri del Karate come Funakoshi, Mabuni, Miyagi, Shimabuku, ecc…, non fa’ che rafforzare il significato storico di questo documento.
Che la sua importanza storica sia stata finalmente identificata e tradotta in inglese [e di seguito in francese, tedesco, russo, ceco, italiano, spagnolo, ecc…] e salutata positivamente dal pubblico di tutto il mondo testimonia il suo valore.
Seppur lontano dal poter essere considerato il testo definitivo sulla storia del Karate, il Bubishi, nondimeno, fornisce formidabili intuizioni su quello che i pionieri ritenevano avere maggior valore.
Se non altro, anche la sola assenza di altra documentazione storica è sufficiente a conferire un enorme valore ad un manuale come il Bubishi.
Per chi è sinceramente interessato alla storia del Karate, il contenuto del Bubishi è come una finestra aperta sul passato. Tutto ciò che si deve fare è mettere da parte le nozioni preconcette e la propaganda moderna basata sugli stili per poter vedere ciò che è chiaramente evidente.
La prima traduzione inglese di quest’opera si deve a chi sta scrivendo [Patrick McCarthy].

Pagliacci?
Denigrare il valore di questo importante documento denota semplicemente ignoranza.

Ad ogni modo Charles E. Tuttle ha pubblicato un’edizione rivista del mio Bubishi, col nuovo titolo “Classical Manual of Combat,” ad inizio giugno 2008 … copertina dura.

Opposizioni?
Cosa pensa di chi si oppone al KU, a Lei e a quello che rappresenta?

Di solito non mi focalizzo molto sulla negatività delle persone. Ci sarà sempre chi si oppone alle innovazioni utilizzando tutte le influenze a disposizione per cercare di screditare gli altri.
Giusto o sbagliato, buono o cattivo, ognuno ha le sue opinioni e sarebbe sconsiderato non rispettare il diritto individuale ad esprimere il proprio punto di vista, anche se è diverso dal mio. La critica genuina è sempre un regalo gradito, sono i detrattori senza scrupoli la cui unica intenzione è quella di denigrare la credibilità altrui per il gusto di proteggere la propria inadeguatezza che ci forzano a prendere misure protettive.
Per esperienza so che la maggior parte degli attacchi ingiustificati provengono da chi ha secondi fini.

“Guardami!”
Con tutte le foto in cui appare insieme a famosi maestri pubblicate sul suo sito, come risponde a chi la critica dicendo che il suo sito sembra aver scritto “GUARDAMI”?

È una critica? Hmm, piuttosto stupida, non trovate?
Non rientra nell’idea stessa di avere un sito professionale il voler richiamare l’attenzione?
Che tipo di senso avrebbe fare un sito per nascondersi o addirittura non pubblicarlo per niente? Sarebbe decisamente stupido.
Ci sono due modi di vedere la cosa, a me piace il modo in cui l’ha considerata il Prof. Shinzato, consultabile qui.

Premesse contestuali “originali” dei Kata?
Lei pubblicizza la pratica sul suo sito web con la frase «riportare in vita le premesse contestuali “originali” dei kata».
Come risponde a quelli che si oppongono veementemente a questa rivendicazione?

È semplice, o non comprendono questa premessa, o non vogliono comprenderla o sono oppositori con secondi fini.
In ogni caso sono tutti invitati a mettermi alla prova per dimostrare che sbaglio.
Mi piacerebbe davvero vederli produrre evidenze del contrario invece di sentire le solite scuse del tipo “oh, no, nessuno conosce queste cose!”
In verità mi interessano solo le povere anime frustrate che sono stanche di studiare pratiche applicative assurde contro scenari di attacco altrettanto ridicoli solo perché il loro “maestro” giapponese/okinawense dice “che è il modo giusto.”
La teoria degli HAPV [e le pratiche ricostruttive a due] è la premessa contestuale originaria e sospetto che l’opporsi a questa pratica semplice per quanto altamente efficace derivi solo dal fatto che il suo successo abbia infastidito qualcuno…
Anche ignorando il termine “originale”, a pochi serve cercare oltre dopo aver provato a contrastare la premessa contestuale fornita dagli HAPV con pratiche applicative “esistenti” dei kata tradizionali [ipotizzando uno stile che abbia queste applicazioni … alcuni non le hanno, altri – e questo è decisamente peggio – affermano cose del tipo: “è l’allievo che deve trovare l’applicazione!” Ma quanto è intelligente questa affermazione?] perché il risultato è inequivocabilmente ovvio.

 


Copyright © Patrick McCarthy
traduzione di: Marco Forti
Questa traduzione è stata espressamente autorizzata dall’autore
(la riproduzione di questo testo è consentita solo con il consenso scritto dell’autore)

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