Koryu Uchinadi – Ripristinare le vecchie Vie

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Forze dell'ordine durante l'antico Regno delle Ryukyu

di Patrick McCarthty
Karatedo 9° dan Hanshi
traduzione di: Marco Forti
La riproduzione di questo testo è consentita solo con il consenso scritto dell’autore

Panoramica storica

Sebbene il Karate oggi sia una tradizione unicamente giapponese, le sue radici reali possono essere ricondotte alla minuscola isola di Okinawa e alle pratiche cinesi del quanfa del Fujian, che casualmente vi trovarono sviluppo durante il periodo dell’antico Regno delle Ryukyu.

Un tempo pratica obbligatoria tra gli ufficiali locali delle forze dell’ordine di Okinawa, oggi i suoi concetti difensivi si sono evoluti in uno sport competitivo sfidante, un metodo popolare di autodifesa e una forma vivace di ricreazione culturale.

Essendo un’efficace complemento ai metodi di arresto in uso tra le forze dell’ordine in Cina, la disciplina venne introdotta ad Okinawa durante il periodo dell’antico Regno delle Ryukyu, in seguito al divieto di detenere armi e in larga misura grazie alla sue efficaci strategie tattiche nell’afferrare e controllare.

Trasmessa oralmente e di solito ammantata da un ferreo rituale di segretezza, molta della storia originale e delle pratiche uniche di questa disciplina sono state perse nelle sabbie del tempo.

Come ricercatore, autore, insegnante e ex-agonista, credo che l’interpretazione moderna del Karate, nelle sue molteplici varianti, si sia trasformata in qualcosa di totalmente diverso da quello che i suoi pionieri avevano in mente quando il Karate venne inizialmente sviluppato.

Per quanto non obietti su cosa sia diventato il karate moderno, di certo non posso più supportarne le interpretazioni dei Kata classici o i concetti applicativi eccessivamente ritualizzati, subordinati a regolamenti e completamente irrealistici spacciati come “tecniche pratiche di autodifesa!”

On Ko Chi Shin – Studiare il vecchio – Comprendere il nuovo

Poiché i kata tradizionali del karate moderno giapponese derivano dai kata ancestrali della sua più antica controparte okinawense, ben prima dell’emergere degli “stili” nel periodo precedente la seconda guerra mondiale – e non dimenticando che la controparte traeva le sue origini dal quanfa cinese del Fujian e dal qinna dello Shaolin – ci si dovrebbe aspettare, a ragione, che ciò che si applicava alle forme originarie debba applicarsi anche alle pratiche odierne.

Nell’interesse di corroborare questo assunto, ho ritenuto necessario, come ricercatore, effettuare numerosi viaggi nel Fujian e nel leggendario monastero di Shaolin, così come in molti altri luoghi di richiamo del Sud Est Asiatico, per incontrare e studiare con molte delle maggiori autorità di queste storiche arti di combattimento.

Quale posto migliore per nascondere l’ovvio se non nel mito, nel misticismo e nella tradizione incontrastata?
Dove – se non in una tradizione culturale giapponese come quella del karate che di regola venera i suoi maestri ma proibisce il pensiero critico – è possibile preservare questo mito?
Senza che si sia mai verificato il minimo cambiamento nel funzionamento del corpo umano o nelle modalità in cui si concretizzano quegli atti di violenza fisica che lo hanno minacciato continuamente nel corso della storia, mi chiedevo come mai qualcosa di talmente ovvio fosse stato celato in un ambito fuorviante per così tanto tempo.

Solo attraverso un lungo ed esteso allenamento multidisciplinare, studiando meticolosamente i lavori originali dei pionieri e pensando fuori dagli schemi, l’ovvio è divenuto infine evidente.
Come ben riassunto dalle parole del personaggio di Sir Arthur Conan Doyle, Sherlock Holmes: «Una volta eliminato l’impossibile, quel che rimane, per quanto improbabile, deve essere la verità.»

La forma contro la funzione

Poiché l’obiettivo dei kata passò dalla funzione alla forma, agli inizi del 20° secolo, sotto la guida di Itosu Ankō, non deve sorprendere che allo stesso modo sia cambiato l’atteggiamento mentale allo scopo di supportarne i nuovi scopi.

Utilizzato come veicolo educativo attraverso il quale promuovere la forma fisica e la conformità sociale, il kata servì bene alla richiesta del Giappone xenofobo alla rurale Okinawa di produrre coscritti abili a supporto della sua macchina bellica nel corso di un periodo di radicale escalation militare.

Introdotta in Giappone come attività ricreativa culturale, la disciplina sviluppò un forte seguito e nuove direttive tra gli studenti universitari del periodo prebellico.

Fu però la mentalità conformista prevalente, in ultima analisi, a rimodellare la semplice tradizione di Okinawa nell’immagine culturale accettata del Budo giapponese.

“Miglioramenti?”

In aggiunta all’elegante estetica stilistica, all’aver adottato un sistema di riconoscimento delle varie competenze fisiche e ad averne cambiato il nome in modo che venissero celate le sue origini cinesi e la sua precedente lunga esistenza ad Okinawa, il cambiamento più radicale all’arte di autodifesa fu la creazione del jiyu kumite (combattimento libero) e della struttura competitiva attraverso la quale testare la propria abilità e il proprio spirito combattivo.

Con tali revisioni dinamiche il kata fece un passo indietro per promuovere la popolarità di una nuova e sfidante tradizione regolamentata.

Sulla scia di questa popolarità e nella mancanza di comprensione della premessa originaria, venne sviluppato un nuovo set di pratiche che prese il nome di “kihon waza”.

Seguendo uno schema semplice di attacco e difesa, i kihon waza riunirono le tecniche fondamentali che potevano essere eseguite da soli o in coppia. Usando pugni, parate, calci e colpi eseguiti in posizioni di base, i kihon waza rimpiazzarono l’enfasi che in precedenza era totalmente posta nella pratica ripetitiva dei kata e divenne velocemente tendenza accettata.

Rispecchiando l’immagine condivisa della cultura del Budo giapponese, attaccanti aggressivi ma compiacenti si lanciavano contro risposte prestabilite in esercizi di “combattimento” ad un passo, cui in seguito sarebbe stata data precedenza nel dare spiegazione alle applicazioni dei kata.

Di seguito vennero create innumerevoli sequenze inefficaci di combattimento, imposte come esercizi obbligatori e accettate come tradizione autentica, rimaste sostanzialmente indiscusse fino ad oggi.

A prescindere da quanto possiamo pensare che la generazione conformista sia stata ingenua e fuorviata, resta straordinariamente intatta l’ininterrotta riluttanza ad accettare modalità di pratica diversa da quella considerata oggi “la norma accettata”. Una consuetudine giapponese di lunga data legata al comportamento imitativo e il suo effetto a cascata – o effetto alone – come perpetuato attraverso il meccanismo senpai-kohai è rafforzato dalla propaganda autoreferenziale e da una forte lealtà al proprio “stile”. A dispetto di quanto esposto, confido che questa presentazione possa evitare a molti lettori il tempo, la confusione e la frustrazione di dover girovagare senza meta attraverso gli infiniti campi minati del mito, delle mezze verità e degli inganni definitivi che ammantano abilmente il contenuto di questa arte. I gyaku-waza non lasciano spazio al tipo di ambiguità diffuso altrove nel karate tradizionale, quel tipo di ambiguità che ha dato al kata una così “cattiva fama”.

Da un punto di vista storico, le pratiche di autodifesa delle scuole classiche cinesi erano normalmente racchiuse in rituali di segretezza in modo che le loro tattiche restassero nascoste. Nel cercare di comprendere la nostra arte si è reso necessario esplorarne le origini. Ad ogni modo, studiandone l’evoluzione, si scopre una storia ammantata nel mito e nel misticismo. A complicare ulteriormente la cosa, i documenti del 19° secolo, ammesso che ne siano realmente esistiti, risultano essere stati distrutti dalla devastazione di Okinawa risultante dai bombardamenti del 1945, o persi tra le sabbie del tempo. Quel che rimane è stato trasmesso, e non sempre in maniera accurata, per tradizione orale e dalle poche testimonianze scritte da irriducibili come Bushi Matsumura, Itosu Ankō e, naturalmente, dall’autore sconosciuto del “Bubishi”. Analizzando quel che si conosce e lavorando a ritroso, con riferimenti incrociati e comparando fatti conosciuti quando possibile, siamo riusciti a scoprire l’ignoto.
Quando raffrontato con il fenomeno oggi largamente popolare del combattimento in gabbie di tipo gladiatorio, conosciuto come MMA (arti marziali miste), le lezioni culminate da o impartite attraverso i kata classici sono viziate da una reputazione piuttosto peggiorativa, largamente dovuta a incomprensioni, restrizioni da regolamenti sportivi e da un atteggiamento mentale inflessibile. In quanto arte di auto protezione il karate non venne sviluppato per essere limitato da regolamenti o disputato in un’arena, ma piuttosto per essere usato contro un aggressore. In effetti il kata è l’anima del Karate; è una metafora dietro la quale si trova la sua attualità.

In superficie l’allenamento al kata rafforza ossa e muscoli aiutando a massimizzare la propria biomeccanica. Ci si riferisce alla possibilità di sviluppare la performance ottimale con il minimo dispendio di energia, il che include l’abilità di vibrare, torcere e ruotare i fianchi ed espandere e contrarre i muscoli: la somma totale delle forze coordinate. Si impara a costruire, contenere e rilasciare energia cinetica attraverso la regolazione del respiro e la sua sincronizzazione con l’espansione e la contrazione dell’attività muscolare. Il kata è anche una eccellente strumento di ossigenazione del corpo e strumento per coltivare la forza vitale interiore, con incredibili effetti terapeutici e olistici sul corpo, sia internamente che esternamente. In breve il kata serve a sviluppare un corpo sano, riflessi veloci e movimenti forti, incrementando l’abilità nel rispondere efficacemente ad incontri potenzialmente pericolosi.

Nagamine Shoshin, fondatore del Matsubayashi Shorin Ryu, ci ricorda un’importante lezione quando scrive: «Attraverso lo studio instancabile dell’arte si possono raggiungere i più alti livelli di bellezza interiore e forza. La fusione del corpo e della mente attraverso il Karate è spirituale ed indescrivibilmente bella. Quanto si è totalmente assorbiti nel kata, ci si porta in completo contatto con il centro del nostro essere ed è qui che si può scoprire l’essenza di quest’arte.»

Insegnata come forma d’arte il Karate aiuta gli studenti a scoprire un messaggio che trascende il semplice colpire con pugni e calci, il vincere o perdere. L’arte ci aiuta a comprendere meglio gli scopi della vita, i problemi che ci si troverà a dover affrontare nel proprio percorso, il come superarli e cosa aspettarsi alla fine.

Attraverso quest’arte è possibile sconfiggere i legami dell’egotismo che si celano dentro ciascuno di noi. La fonte della debolezza umana è interna non esterna.

Per tale motivo il viaggio deve essere interiore, non esteriore. Il nostro vero nemico è dentro di noi ed è all’interno che devono essere prima combattute e poi vinte tutte le nostre battaglie prima di riuscire a migliorare la capacità di vivere la nostra vita quotidiana.

È qui, in questo semplice e provocatorio messaggio, che il nostro punto di riferimento, quel che ci separa da tutto il resto, può essere soppesato e misurato.

Avendo già affrontato questa ricerca, evito allo studente la perdita di tempo e le difficoltà che derivano dal dover girovagare attraverso un infinito campo minato da miti e misticismo e dal pantano delle mezze verità e della propaganda autoreferenziale.

Avendo ottenuto riconoscimenti in tutto il mondo, il metodo KU (Koryu Uchinadi – n.d.t) non lascia spazio al tipo di ambiguità dimostrata altrove nel karate tradizionale, quel tipo di ambiguità che ha dato al kata una tale “cattiva fama”.

KU rappresenta un chiaro e preciso percorso verso la maestria.

Il metodo KU ha aperto porte nuove e sfidanti per tutti coloro che hanno deciso di studiarlo. Ancor più importante, esso consente di raggiungere risultati di portata ben maggiore rispetto a quelli che potrebbero essere raggiunti da singoli insegnanti che perseguissero gli stessi scopi individualmente.

Profonde radici rafforzano i fondamenti di quest’arte e le ali sono gli strumenti che ci consentono di continuare il nostro viaggio di scoperta. Praticando karate senza superbia ci ricolleghiamo al suo passato, allenandoci insieme forgiamo importanti legami di amicizia e vivendo l’arte onoriamo il suo retaggio che, a sua volta, ne mantiene vivo lo spirito.

Sono solo uno dei tanti ricercatori all’avanguardia di un movimento sfidante che cerca di fare la differenza nel ripristinare l’essenza della pratica classica.

Se c’è una verità nelle chiacchiere secondo le quali, facendo questo, sto aiutando a cambiare la percezione di come i kata tradizionali sono capiti e praticati, allora spero che questo possa servire ad ispirare altri a … pensare fuori dagli schemi, allenarsi trasversalmente e a prestare ascolto alle parole di Sir Isaac Newton, un uomo che dopo aver riconosciuto il valore e la comprensione delle ricerche e del lavoro dei grandi pensatori del passato scrisse: «Se ho potuto vedere più avanti [degli altri], è solo perché stavo sulle spalle di giganti.»

Intuizioni notevoli derivano dalla comprensione del lavoro originario dei pionieri. Inoltre, fornisce anche la possibilità di vedere il cambiamento continuo, come una parte inevitabile della tradizione, piuttosto che percepirlo come una minaccia. La tradizione dovrebbe ispirare l’innovazione, non limitarla.

Ricordando la superba saggezza di Krishnamurti «Stiamo tutti lavorando insieme in uno spirito di reale collaborazione, nel quale non c’è una singola autorità. È il nostro interesse comune nel comprendere gli insegnamenti originali che ci tiene uniti nella ricerca della verità».

Koryu Uchinadi è basato sulle 5 arti originali di combattimento dell’antico Regno delle Ryukyu di Okinawa

Ti’gwa: La forma plebea di impatto percussivo [chiamata anche “Te” o “Di” e scritta 手] introdotta ad Okinawa dall’antico Regno del Siam nel corso del primo periodo di commercio interculturale.

Kata: [Hsing/Xing 型/形 in cinese mandarino] sequenze a solo di derivazione del sud del Fujian [principalmente stili della Gru, Pugno del Monaco e Mantide Religiosa del Sud] usate come forma di movimento umano sviluppata e popolarizzata dai Cinesi come metodo per promuovere la forma fisica, il condizionamento mentale e il benessere olistico.

Torite: [Chin Na/Qinna/擒拿 in cinese mandarino] metodi originari del tempio di Shaolin per afferrare e controllare, un tempo utilizzati dagli ufficiali delle forze dell’ordine, agenti di sicurezza e ufficiali carcerari nel periodo dell’antico Regno delle Ryukyu.

Tegumi: [手組] Originariamente uno stile di combattimento dai molteplici aspetti, che risale ai tempi di Tametomo, si pensa derivi dalla lotta cinese [Jiao Li/角力 dalla quale deriva lo Shuai Jiao/摔角 – denominazione moderna risalente al 1928]. Il Tegumi in seguito si è evoluto in una forma di lotta ed è infine diventato uno sport regolamentato chiamato Ryukyu Sumo.

Buki’gwa: [武器] Spada, lancia, arco e frecce, alabarda, scudo, coltello, randello e manganello [gli ultimi due divennero gli strumenti principali delle forze dell’ordine locale durante il periodo dell’antico Regno delle Ryukyu ad Okinawa.]

Koryu Uchinadi Mokuroku

1. Uchi/Uke-waza: dare/ricevere impatto percussivo [29 tecniche]

2. Tegumi: trattare il corpo a corpo attraverso Kotekitai, Kakie, Ude Tanren e Muchimi-di, etc. [36 tecniche]

3. Kansetsu/Tuite-waza: manipolazione delle articolazioni, presa delle cavità e controllo degli arti [72 tecniche]

4. Shime-waza: soffocamenti/strangolamenti – privazione dell’ossigeno/sangue [36 tecniche]

5. Nage-waza:sbilanciamenti e proiezioni [55 tecniche]

6. Ne-waza: lotta a terra e sottomissione [72 tecniche]

7. Gyaku-waza: uscite e contrattacchi: [36 tecniche]

8. Kata: il meccanismo mnemonico classico attraverso il quale culminano, vengono preservati e trasmessi i principi di combattimento [sequenze a solo]

9. Yamane Ryu: Kobudo [Bo, Tanbo, Sai, Tonfa, Nicho-gama, Nunchaku, Tekko, Tinbe/Rochin, Uke, Suruchin]

Uke-waza/L’arte delle uscite e dei contrattacchi

Uke-waza consiste nell’abilità di proteggersi dai colpi di un avversario. Uke-waza rappresenta una parte integrale del curriculum generale del Koryu Uchinadi Kenpo-jutsu, o semplicemente KU, come viene chiamato da chi studia e insegna quest’arte.

Per quanto Uke-waza sia già di per sé un set di esercizi altamente efficaci, ha anche applicazioni collegate di vasta portata quando usato in congiunzione con le altre pratiche di cattura e controllo, come esemplificate nel nostro mokuroku: Kansetsu-waza – controllare un avversario attraverso la manipolazione delle articolazioni, pressioni sui nervi e presa delle cavità, Shime-waza – controllare un avversario attraverso privazione del sangue e dell’ossigeno, Nage-waza – controllare un avversario attraverso la perdita dell’equilibrio, Ne-waza – controllare un avversario a terra e Gyaku-waza – uscite e contrattacchi contro atti abituali di violenza fisica.

HAPV – Atti abituali di violenza fisica

Poiché c’era confusione in merito al vero significato ed alle “applicazioni nascoste” dei kata, ho speso molto tempo ricercando le premesse originarie sulle quali i kata si sono sviluppati e ho potuto scoprire quanto segue.

HAPV - Atti abituali di violenza fisicaGli atti abituali di violenza fisica1 rappresentano la tipologia fondamentale di attacco [uno contro uno / a mani nude] utilizzata nel corso di episodi di violenza comune durante il 19 secolo in Cina. Essi formarono la base sulla quale i pionieri svilupparono adeguate risposte attraverso la creazione di esercizi a coppie.

Tema dimenticato nel karate moderno, l’aver ripristinato gli atti abituali di violenza fisica come premessa contestuale originaria contro cui l’efficacia di tutte le abilità fondamentali di combattimento veniva testata e l’aver trovato loro collocazione come pratica accettata, ha riportato vita ad una pratica eccessivamente ritualizzata.

Ricreando metodicamente gli scenari di aggressione domestica che originariamente minacciavano il benessere della popolazione cinese, si sviluppa l’abilità di percepire le reali intenzioni ed il significato delle pratiche tramandate attraverso quel meccanismo affascinante chiamato kata.
Quando le tecniche prescritte sono collegate ed eseguite sotto forma di sequenze a solo, emerge qualcosa di più grande della somma totale delle singole parti – il kata. I praticanti delle arti di combattimento studiano prima la funzione e poi si affidano alla ricostruzione della routine a solo per esprimere la propria abilità, rafforzare il proprio condizionamento mentale, fisico e olistico.
Un tempo pratiche consolidate nella storia di quest’arte, gli HAPV rappresentano la premessa contestuale originaria contro cui venivano testate e approvate tutte le fondamentali abilità di combattimento. Ricreando metodicamente questi scenari di attacco violento, che maggiormente minacciano la nostra incolumità, possiamo inoltre scoprire, comprendere e applicare i modelli difensivi tramandati attraverso i kata. Per quanto possa apparire ironico, comunque, questa componente catalizzante è stata completamente dimenticata nella moderna interpretazione del karate – eppure è proprio questo meccanismo ovvio e indispensabile che rende efficace il tutto.

Un tempo “indovinelli avvolti nel mistero all’interno di un enigma”, mi ci vollero anni di ricerca per arrivare a quella che – in sostanza – è una così semplice spiegazione!

Identificare gli HAPV fornì ai pionieri dell’arte un contesto definitivo da cui studiare, testare e sviluppare pratiche di combattimento efficaci.

Si potrebbe pensare che una premessa così ovvia dovrebbe essere evidente anche al più convinto miscredente, eppure – apparentemente a causa della mancanza di documentazione storica a sostegno di questa ipotesi [se – in effetti – di documentazione storica ce ne fosse mai stata] rimane un’opposizione conservatrice.

Apparentemente felici di accettare ciecamente pratiche limitate da regole sportive, incongruenti e non soggette a contestazione che chiaramente non rappresentano atti abituali di violenza fisica, i gruppi tradizionali argomentano che non è possibile determinare le intenzioni originarie alla base dei kata in quanto i pionieri non lasciarono istruzioni o spiegazioni scritte.

Chiedo allora semplicemente e in tutta sincerità, cosa potrebbe essere più trasparente della premessa fornita dagli atti abituali di violenza fisica?

HAPV – Atti Abituali di Violenza Fisica
1. Calci diretti
2. Calci circolari
3. Pugni diretti
4. Pugni circolari
5. Colpi verso il basso
6. Colpi verso l’alto
7. Colpi di gomito e ginocchio
8. Testate / morsi e sputi
9. Stretta ai testicoli
10. Sgambetto/falciata di piede o gamba
11. Tirata di capelli con una o due mani da davanti/dietro
12. Soffocamento a una o due mani da davanti/dietro
13. Soffocamento da dietro
14. Presa della testa/chancery
15. Soffocamento a ghigliottina
16. Half/full-nelson
17. Bearhug sopra le braccia da dietro (e var. laterali)
18. Bearhug sotto le braccia da dietro (e var. laterali)
19. Bearhug sopra le braccia da davanti (e var. laterali)
20. Bearhug sotto le braccia da davanti (e var. laterali)
21. Placcaggio (tackle) da davanti/dietro
22. Presa del polso ad una mano (stessa/opposta – normale/opposta)
23. Presa del polso a due mani (normale/opposta)
24. Presa di entrambi i polsi da davanti/dietro
25. Presa di entrambe le braccia da davanti/dietro
26. Presa di una o entrambe le spalle da davanti/dietro
27. Presa del braccio (arm-lock dietro la schiena)
28. Leva sul braccio da davanti
29. Leva sul braccio laterale
30. Presa del bavero con una o due mani
31. Spinta ad una o due mani
32. Indumento spinto sopra la testa
33. Presa e colpo
34. Presa di una o entrambe le gambe / caviglie da davanti / lato / dietro
35. Mount
36. Attacchi (calci, percosse) mentre si è a terra

Gyaku-waza

Gyaku-waza è l’arte di proteggere se stessi contro atti di violenza fisica ingiustificati.

Il termine Gyaku-waza/逆技 significa letteralmente tecnica opposta e descrive un insieme di pratiche di autodifesa corpo a corpo sviluppate per essere usate nei casi in cui ci si trovi ad essere violentemente bloccati o trattenuti o controllati da un avversario aggressivo.

Questi metodi corpo a corpo contrastano il tipo di strategie difensive comunemente usate contro attacchi a distanza, come quelli in cui si ricevono colpi con calci pugni o percosse.

Gyaku waza ricomprende dozzine di tecniche consolidate di uscita e contrattacco in un singolo studio e rappresenta una parte integrale del curriculum generale del Koryu Uchinadi.

Queste pratiche di autodifesa di scuola classica risalgono a tempi precedenti lo sviluppo e la diffusione degli stili moderni e sono basate interamente su quegli atti di violenza fisica comune, uno contro uno e a mani nude, che tormentavano la cultura del sud della Cina nel 19° secolo, cultura dalla quale è nata e si è evoluta la nostra arte.

Avendo beneficiato di uno stretto collegamento con Okinawa, nel corso dell’antico Regno delle Ryukyu, le pratiche del quanfa del Fujian – e nello specifico il qinna dello Shaolin – sono storicamente considerate le fonti progenitrici a cui queste abilità di autodifesa locali fanno risalire le proprie origini.

Nonostante le argomentazioni contemporanee secondo le quali i metodi di queste scuole classiche sono in qualche modo antiquati, inferiori o non così funzionali come quelli che si vedono nelle competizioni moderne di tipo gladiatorio che si svolgono nelle gabbie, posso semplicemente dire che mentre ci possono essere somiglianze tra le due discipline, l’arte dell’autodifesa non è mai stata destinata ad essere valutata da un arbitro in un’arena, combattuta in categorie di peso ed esperienza, scandita da round e tantomeno limitata da regole.

Pertanto, poiché il combattimento reale non ha connessioni con questi criteri, perché l’allenamento dovrebbe allora essere limitato dagli stili?

Dato che il corpo umano è sempre servito sia da bersaglio primario che da principale veicolo di attacco, non ci vuole molta scienza per poter identificare lo scopo e la natura dei temi generici utilizzati negli atti di violenza fisica comune, uno contro uno e a mani nude. Attraverso la comprensione dei punti di forza e debolezza del corpo umano e del come questi attacchi si presentino più frequentemente in situazioni di pericolo, è possibile apprendere come meglio proteggerci.

Pertanto – e a prescindere da quel che può verificarsi nella società contemporanea – questa evidenza inconfutabile conferma non solo il perché questi temi generici restino validi nel tempo ma sottolineano anche il valore e l’importanza del tenere vive queste pratiche originarie.

In breve, Gyaku waza trascende lo stile e va direttamente al cuore dell’autodifesa.

Un’arte vivente – un lavoro in corso

Rispetto con fierezza la storia di quest’arte come rispetto il suo retaggio okinawense e rendo apertamente omaggio ad entrambe le culture ed ai pionieri di questa importante eredità.

La tradizione non è mai stata destinata a preservare le ceneri, ma piuttosto, a mantenere viva la fiamma del suo spirito.

Il grande Maestro Zen, Basho, chiarì il messaggio dei pionieri a tutti noi quando scrisse: «Non cercate di seguire [ciecamente] le orme degli uomini del passato; ma piuttosto cercate quel che loro cercarono.»

Abbracciare un’«arte vivente» significa seguire questi saggi consigli mantenendo un atteggiamento mentale da “lavori in corso”.

Facendo questo ci assicuriamo che ogni generazione possa continuare a studiare l’arte, usando le informazioni e le tecnologie più recenti per migliorare costantemente la comprensione e le modalità di trasmissione alle generazioni future di queste pratiche applicative consacrate dal tempo.

La bellezza di questo semplice messaggio sta nello scoprire che quello che tiene uniti gli stili è molto più importante di quello che li separa … questo è lo spirito dell’arte e questa è l’anima del karate.

Barriere

Circa quarant’anni di studi, innumerevoli viaggi internazionali e allenamenti multidisciplinari senza sosta mi hanno aiutato a identificare e oltrepassare barriere che non avrei mai pensato esistessero nell’arte del karate.

Alcune barriere impediscono, seppur involontariamente, lo studio e la comprensione della vera essenza di questa meravigliosa arte.

Il maggior ostacolo fra tutti, per quanto possa sembrare innocuo, è lo “stile”.

Certamente questo non significa sottovalutare il fatto che ogni metodo di allenamento possa diventare alla fine personale e individuale poiché tale risultato consolidato nel tempo è del tutto accettabile e infine inevitabile.

Non è nemmeno per sottostimare i risultati significativi ottenuti o i meravigliosi contributi apportati da chi fu pioniere della moderna interpretazione di quest’arte.

Piuttosto mi riferisco alla stilizzazione della pratica di studio limitata da regole ed alla mentalità inflessibile che previene il pensiero critico impedendo, di conseguenza, il progresso.

È involontario il fatto che la propaganda stilistica nutra quel tipo di lealtà che porta a considerare gli altri stili inferiori?

Gradualmente divenni meno interessato allo stile e più coinvolto dalle circostanze che spinsero al loro sviluppo.

Questo mi portò a riconoscere gli HAPV quale contesto dal quale si è evoluta l’autodifesa e gli stili come mere opinioni individuali e varie interpretazioni di come la pratica dovrebbe essere; tristemente, la premessa originaria cadde totalmente dormiente a causa del passare del tempo, scopi alternativi, incomprensioni, ingenuità e pratiche competitive limitate da regolamenti.

L’IRKRS2

La Società è un gruppo internazionale che meglio risponde ad una mentalità occidentale più progressista. Con questo intendo dire che siamo un’organizzazione di studiosi dalla mentalità condivisa, tenuti insieme da scopi comuni e dal sincero desiderio di studiare il karate come arte, piuttosto che come sport o attività ricreativa.

I principali artefici della diffusione di Karate e Kobudo prima della Seconda Guerra Mondiale: Toyama Kanken (shudokan), Ohtsuka Hironori (wado ryu), Funakoshi Gichin (shotokan), Motobu Choki (karate-jutsu), Mabuni Kenwa (shito ryu), Nakasone Genwa (autore), Taira Shinken (kobudo).

I principali artefici della diffusione di Karate e Kobudo prima della Seconda Guerra Mondiale: Toyama Kanken (shudokan), Ohtsuka Hironori (wado ryu), Funakoshi Gichin (shotokan), Motobu Choki (karate-jutsu), Mabuni Kenwa (shito ryu), Nakasone Genwa (autore), Taira Shinken (kobudo).

Richiamiamo principalmente l’interesse di quegli insegnanti e studenti che non temono di avventurarsi oltre i confini del loro gruppo, nello sforzo di meglio comprendere l’arte, poiché crediamo che essa fosse destinata sin dalle origini ad essere compresa.

Mentre rispettiamo profondamente l’eredità giapponese di questa tradizione e il legame culturale dei suoi pionieri okinawensi, il nostro successo è stato costruito dall’aver attratto insegnanti e studenti che hanno oltrepassato i limiti imposti dal tipo di pratica eccessivamente ritualizzata e limitata da regolamenti, insegnata come fosse l’arte originaria e, naturalmente, che hanno superato la propaganda associata alla promozione di uno stile su un altro.

Parafrasando la saggezza di Basho, il grande Maestro Zen: «Crediamo fortemente che la tradizione non consista nel seguire ciecamente le orme dei vecchi maestri, o ancora nel preservare le loro ceneri, ma piuttosto nel mantenere viva la fiamma del loro spirito, continuando a cercare e comprendere quel che loro originariamente cercarono.» Ritengo che questa linea di pensiero sia molto più in linea con l’approccio originario e con le intenzioni e gli insegnamenti dei pionieri rispetto all’atteggiamento mentale inflessibile, indice di una mentalità conformista, oggi prevalente.

Conosciuti per la nostra mentalità fuori dagli schemi, sin dal 1989 siamo stati fonte affidabile di informazioni, aiutando insegnanti e studenti a costruire con successo ponti tra gli stili.

Mentre abbiamo consolidato una reputazione apprezzabile per i nostri libri, le molte traduzioni dal giapponese all’inglese, le traduzioni di scritti originali dei pionieri, la rivista trimestrale, gli strumenti di comunicazione online e i DVD didattici, la nostra attenzione continua a rimanere principalmente focalizzata nell’allenare studiosi entusiasti di ogni grado e stile aiutando istruttori a meglio comprendere l’arte e sviluppare metodi più funzionali per trasmettere le applicazioni pratiche dei kata.

Se stai cercando di cambiare stile, metodo o anche se stai cercando solo un posto affidabile in cui continuare il tuo viaggio, forse allora un collegamento con il passato può davvero essere il tuo ponte verso il futuro. Un’affiliazione annuale alla Società ti metterà in contatto con il nostro network mondiale di iscritti accomunati dalla stessa mentalità. Non ci sono requisiti di grado, stile o ricerca per far parte del nostro gruppo e la Società accoglie regolarmente sia istruttori che studenti che richiedono l’iscrizione.

Benefici alternativi

Il Koryu Uchinadi può anche essere appreso/insegnato come alternativa provocatoria ai metodi convenzionali per il mantenimento della forma fisica e la gestione dello stress. Apprendere come rispondere spassionatamente ad aggressioni ingiustificate richiede una forte auto responsabilizzazione.

L’allenamento promuove la calma interiore e – in presenza di conflitti – aiuta a ripristinare l’equilibrio nelle relazioni personali e professionali. Koryu Uchinadi è una pratica non competitiva, totalmente basata su applicazioni difensive, intrisa dalla filosofia morale e dall’insegnamento introspettivo a formare un unico studio completo.

Conclusioni

Il passare del tempo, il cambiamento delle stagioni, l’erosione della terra e la morte dei propri cari. Questa arte insegna a chi è disposto ad imparare che tutto nel cerchio della vita è stagionale, cangiante, muore, rinasce.

Il Karate è uno dei sentieri che portano alla cima della montagna; insegna a comprendere queste verità, ad accettarle e vivere in armonia con esse.

La nostra età, il modo in cui pensiamo, le domande sull’universo, la necessità di conoscere noi stessi e il bisogno di trovare una ragione alla nostra esistenza, anche accettando la nostra morte, richiederà sempre esami e azioni meticolose. Poiché queste questioni sono sempre esistite ci sarà sempre bisogno di una tradizione che abbia le risposte.

Il Karate è una di queste tradizioni e il Koryu Uchinadi è una componente vitale di questa eredità, che ne onora il retaggio.

La bellezza di questo tipo di allenamento non è limitata solo all’ovvio testare se stessi o al condizionamento fisico che promuove, ma risiede anche nella capacità di scoprire che quello che unisce gli stili è più importante di quello che li separa … questo è lo spirito dell’arte, questa è l’anima del Koryu Uchinadi.

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NOTE:

1 Spesso nel testo ci si riferisce agli atti abituali di violenza fisica ricorrendo all’acronimo HAPV, formato dalle iniziali delle parole in lingua inglese (Habitual Acts of Physical Violence) n.d.t..
2 Acronimo della International Ryukyu Karatejutsu Research Society (Società Internazionale di Ricerca sul Karatejutsu delle Ryukyu). Per ulteriori informazioni visita il sito http://www.koryu-uchinadi.com


Copyright © Patrick McCarthy
traduzione di: Marco Forti
Questa traduzione è stata espressamente autorizzata dall’autore
(la riproduzione di questo testo è consentita solo con il consenso scritto dell’autore)

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